ELENA LEDDA & MAURO PALMAS(Sardegna)

ELENA LEDDA & MAURO PALMAS(Sardegna)

Elena Ledda e Mauro Palmas: canto a chitarra Cuncordu de Orosei: canto a tenore e canto a cuncordu Luigi Lai: launeddas Totore Chessa: organetto Questo concerto ripercorre idealmente e concretamente i suoni e i segni, dunque i simboli sonori, delle feste popolari della Sardegna, marcati da uno spiccato senso del ritmo e da una propensione innata per la danza. Tra i due estremi - launeddas, lo strumento tradizionale più antico, e organittu il più moderno - e si spiegano le modalità di canto monodiche e polifoniche più importanti: canto a chitarra, canto a cuncordu, canto a tenores. L’idea di circoscrivere i diversi generi di musica, che sera dopo sera animano le feste tradizionali, sotto forma di un unico concerto al quale intervengono i suoi migliori interpreti, nasce dalla constatazione che esse, nonostante tutto, mantengono vivo un patrimonio musicale ancora profondamente radicato nel tessuto sociale dell’Isola. La musica sarda nel suo insieme si presenta come un sistema estremamente compatto e denso, nel quale prevale la simbologia del cerchio: quello ristretto dei quattro cantores del tenore barbaricino e dei confratelli del canto a cuncordu, quello ampio del circolo del ballu tundu, quello del suono continuo prodotto dalla respirazione circolare del suonatore di launeddas. La musica è l’elemento comunitario per eccellenza del popolo sardo, e la sua struttura modulare esalta la dimensione ciclica e circolare del tempo e dello spazio, metafora, sull’onda dell’immaginazione, della terra circondata dal mare. Il percorso musicale è concepito come un itinerario attraverso i principali generi o repertori, e ciascun passaggio è scandito dal suono commovente e arcaico delle launeddas. Questa famiglia di clarinetti popolari è composta da tre canne, due unite ed una libera, la più lunga, tumbu, emette la nota grave del bordone che accompagna le melodie delle altre due, mancosa manna (mano sinistra), e mancosedda (mano destra). Le launeddas vengono divise per gruppi, cunzertus, diversi per taglio ed intonazione. I principali sono: Mediana, Fioràssiu, Punt’e òrganu, Ispinellu. Le frasi musicali intonate dallo strumento si chiamano nodas, e vengono concatenate, grazie all’abilità e al virtuosismo dell’esecutore, in un sapiente ed originale gioco di variazioni su disegni melodico-contrapuntistici. L’area più importante di produzione e diffusione delle launeddas è il Campidanese, la parte meridionale dell’Isola. Sull’origine del canto a tenore sono state formulate diverse ipotesi, e la più suggestiva è quella dell’imitazione dei suoni della natura e dell’ambiente agro-pastorale. Questa polifonia di origine antica è concentrata soprattutto nella regione centrale dell’Isola, in particolare tra Barbagia e Baronia, e sembra rispondere ad una profonda esigenza rituale la cui memoria si perde nel tempo. Ciascun paese ha il proprio coro a tenore di quattro voci, composto solitamente da pastori, contadini e artigiani, e caratterizzato da un impasto timbrico originale. Le quattro voci hanno funzioni diverse e complementari. Voche, solista che canta il testo guidando le altre, e dirigendo le modulazioni diatoniche esegue variazioni ritmiche e melodiche, mesu voche, voce acuta e prevalentemente melismatica che crea le ornamentazioni e le fioriture che contraddistinguono ciascun paese; contra e bassu, coppia di voci gutturali che generano lo spettro armonico del tenores, la cui fusione timbrica è importantissima, e intonano le caratteristiche sillabe onomatopeiche, definite corfos (colpi), ad esempio «bim, bom, ba», «li, le, bi, ba», «bi, ram, bai», a seconda dell’area o della zona di appartenenza. Generalmente la sequenza dei canti è organizzata sullo schema dell’alternanza tra le diverse forme tradizionali, che rappresentano modalità di esecuzione e strutture poetiche differenti. Il canto a cuncordu è la polifonia liturgica e paraliturgica eseguita nelle feste religiose, e in particolare durante la Settimana Santa, dai componenti delle principali confraternite laicali, Rosario, Santa Croce e Anime, che si tramandano da generazioni questo straordinario repertorio di musica devozionale. Oltre ai testi liturgici del Miserere e dello Stabat in latino, sono di particolare interesse i gozos (termine di origine spagnola) in lingua sarda, canti di lode in onore della Vergine, delle persone della Santissima Trinità, e dei principali santi patroni. Questa polifonia presenta un carattere omoritmico e timbri più dolci della precedente, e testimonia l’influenza della musica colta sulla tradizione orale. Il canto a chitarra è un canto monodico diffuso in tutta l’Isola, ma profondamente radicato nell’area nord, in particolare Logudoro e Gallura; esso è accompagnato dallo strumento introdotto in Sardegna dagli spagnoli, e già presente a partire dalla fine del XVI secolo. Analogamente al canto a tenores segue alcune modalità caratteristiche, dodici per l’esattezza, che servono da base per l’intonazione dei versi cantati, scelti intuitivamente secondo l’ispirazione e le necessità delle occasioni festive e concertistiche. Tra le dodici forme citiamo il canto in re, i mutos, serenate d’amore (oltre che temi utilizzati nella terapia rituale dell’argia), la filognana, in origine un canto di lavoro, il mi e la, nato dai canti dei pescatori di Bosa. Tali canti sono presentati nell’ambito di una sorta di gara musicale, solitamente due o tre cantadores, chiamati a cimentarsi sui caratteristici schemi delle progressioni armoniche proprie di questo genere di musica. L’organetto, pur essendo l’ultimo arrivato tra gli strumenti della musica tradizionale - tra la fine dell’ottocento e l’inizio del Novecento, si è guadagnato rapidamente un posto importante nell’esecuzione dei balli regionali, chiamato a rimpiazzare le launeddas, ed i flauti sulittus e pipiolus. Cosi come per i tenores, ciascun paese ha il proprio stile e le proprie peculiarità, custodite gelosamente dal sonadore che ne rappresenta il vessillo sonoro. Paolo Scarnecchia

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