2003: XXVIII Edizione

2003: XXVIII Edizione

"STORIE, MITI E LEGGENDE"

SHADJARIAN + ALIZADEH + KALHOR (Iran)

WALDEMAR BASTOS (Angola)

LOKUA KANZA (Congo)

RICCARDO TESI  (Italia)

CARIDAD HIERREZUELO
+ SONORA UNIVERSAL + CARLOS MANUEL & CESAR (Cuba)

TEATRO DELLE OMBRE (Indonesia)

PEPPE BARRA (Italia)

SOUNGALO COULIBALY (Mali)

FANFARA CIOCÂRLIA (Romania)

SHAJARIAN - ALIZADEH - KALHOR (Iran) 

"Maestri della musica classica persiana"

 

Mohammad Reza Shajarian è l'indiscusso maestro della musica classica persiana. L’”usignolo” della musica classica iraniana è una leggenda vivente: la sua superba abilità tecnica, il suo stile vocale caldo e potente, la sua vasta conoscenza della poesia classica iraniana ne hanno fatto un artista inarrivabile.

Mohammad Reza Shajarian, nato nel 1940 nella città di Mash'had (nord-est dell'Iran), proviene da una famiglia che vanta una lunga tradizione musicale (ha studiato canto fin dall'età di cinque anni sotto la supervisione di suo padre). Il suo primo interesse è stata la musica folklorica locale, le tradizioni musicali della sua regione, il Khorasan, ma più tardi all'età di dodici anni cominciò a studiare il repertorio classico tradizionale: il radif.

Ha studiato con i più grandi maestri, come Ahmad Ebadi, Esmaeel Mehrtash, Reza-Gholi Mirza Zelli, Ghamar-ol Molouk Vaziri, Eghbal-Soltan Azar, and Taj Esfahani. Suonava il  santur (salterio) secondo i precetti di Jalal Akhbari per comprendere ed eseguire al meglio il repertorio tradizionale, e nel 1960, divenne allievo di Faramarz Payvar.

Shajarian fu profondamente ispirato dal vecchio maestro di canto Gholam Hossein Banan. Si formò sotto la guida del maestro Abdollah Davami, dal quale apprese le più antiche tasnif (canzoni). Davami inoltre insegnò a Shajarian la propria interpretazione del radif.

Shajarian iniziò la sua carriera di cantore professionale nel 1959 alla Radio Khorasan. Emerse negli anni Sessanta con il suo stile vocale distinto e riconoscibile. Da allora, il suo percorso professionale è stato sempre in ascesa, passando per l’insegnamento al dipartimento di Belle Arti dell’Università di Tehran, le ricerche sulle arti musicali iraniane, e lavorando alla Televisione e Radio Nazionale. Si è esibito regolarmente sia in patria che all’estero. I suoi concerti gli hanno portato fama mondiale ed è diventato un idolo tra i compatrioti ed un simbolo dell’identità nazionale. La formazione che si presenterà a Musica dei Popoli comprenderà, oltre a Mohammad Reza Shajarian, Hossein Alizadeh, il virtuoso dei liuti tar e setar, Kayhan Kalhor, uno degli interpreti più dotati del violino kamânche e infine, il figlio di Mohammad Reza, Homayoun Shajarian al tamburo zarb.

 

WALDEMAR BASTOS (Angola)

 

 “La mia musica sorge da un intreccio di paradossi. Sono un musicista professionista che ha fatto pochi studi musicali, un artista africano il cui primo disco è uscito in Sud America, un artista proveniente da un Paese distrutto dalla guerra civile che canta la pace e l’ottimismo, un cantautore considerato la voce dell’Angola anche se vive in Portogallo”.

Waldemar Bastos nasce nel 1954 a cabina, in Angola, un paese dilaniato dalla guerra sin dal 1960, prima contro il colonialismo e la dittatura portoghese di Salazar e poi, dal ‘76, fra due fazioni rivali (la governativa MPLA, appoggiata da URSS e Cuba, e la guerrigliera UNITA, alleata del Sudafrica razzista pre-Mandela e finanziata dalla CIA) che hanno causato una cruenta guerra civile. Dopo lo scoppio della guerra civile e l’uccisione per crimini ‘antipatriottici’ di alcuni artisti angolani, durante un viaggio in Portogallo decide di non tornare più in Angola, vista l’incapacità del paese di garantire un minimo di protezione economica e politica per i musicisti. Aveva già soggiornato nelle prigioni durante il colonialismo portoghese e rischiava di fare la stessa fine per la seconda volta.

Nei primi anni ’80 si recò in Brasile, dove registrò il suo primo album Estamos Juntos (1986), in collaborazione con Chico Buarque che aveva conosciuto qualche anno prima in Angola, durante una visita di musicisti brasiliani per riscoprire le fonti della loro musica popolare.

Seguono altri due dischi, Angola Minha Namorada (1990) e Pitanga Madura (1992), che fu utilizzato dalle due fazioni rivali angolane durante la disastrosa campagna elettorale di quell’anno.

Ma la vera svolta ci fu con David Byrne: “Comprò il disco a Lisbona e, dopo averlo ascoltato nel suo appartamento di New York, verificò dove vivevo grazie ad un giornalista portoghese”. Fu l’inserimento di una sua canzone nella compilation “Afropea 2 – Telling stories to the sea (Luaka bop), realizzata da David Byrne, a farlo conoscere al grande pubblico euro-americano. Con l'ultimo album Pretaluz (Luaka Bop, 1998), prodotto dal musicista newyorkese di nascita ma brasiliano d’adozione Arto Lindsay, Waldemar Bastos si è inserito di diritto nel giro dei festival europei ed americani di primo piano.

 

Dalle canzoni di Bastos emerge la sofferenza del suo popolo e la nostalgia di terre lontane. La guerra, il dolore, le lacerazioni di un popolo, l'anelito alla pace e alla concordia nazionale sono elementi determinanti nelle sue canzoni, in cui non manca mai una vena d’ottimismo e la fede nel potere dell’amore.

LOKUA KANZA (R.D. Congo)

 

Lokua Kanza è nato a Bukavu, nella Repubblica Democratica del Congo (ex Zaïre), da padre congolese e madre ruandese. Suo padre (uno dei primi congolesi a comandare un battello sul fiume Congo), apparteneva all’etnia Mongo, rinomata per la ricca tradizione di  canti polifonici. Ambedue i genitori gli hanno donato la sensibilità per il lirismo, per le linee melodiche dolci e raffinate. Il giovane Lokua comincia a cantare nella corale della chiesa a Kinshasa, studia al Conservatorio chitarra classica e parallelamente si appassiona ai ritmi che fanno vibrare le notti della capitale: la rumba di Franco, l'afro-beat di Fela Kuti, il funk di James Brown. "A 13 anni - dice Lokua Kanza - ho visto un concerto di Miriam Makeba e da allora ho deciso di diventare un cantante". Un amico, il musicista Ray Lema, gli regalerà la sua prima chitarra, con cui comincia a suonare nei bar la rumba congolese. Forte della sua formazione che spazia dalla musica classica a quella tradizionale e popolare, a 19 anni gli è offerta la direzione dell'orchestra del Ballet National de Kinshasa. Nel 1988 incontrerà nuovamente Ray Lema a Parigi con il quale inciderà l'album Bwana Zoulou Gang. Partecipa alla realizzazione del disco Le voyageur di Papa Wemba, dove elabora gli arrangiamenti per i cori. Nel 1991 canta assieme a Manu Dibango, "la persona che mi ha offerto la chance di cantare da solo".

Nel 1992 Lokua Kanza debutta all'Olympia di Parigi con la cantante beninese Angelique Kidjo e nello stesso anno realizza il suo primo album Lokua Kanza (ripubblicato dalla Universal). Si dimostra da subito un artista senza compromessi: “Contrariamente alla maggior parte degli artisti africani, a cui i loro produttori dicono come vanno fatte certe cose, cosa si deve fare per  vendere, ho scelto di produrre io stesso i miei dischi e di seguire il mio istinto”.

Dopo il capolavoro Wapi Yo (1995), ancora una volta Lokua Kanza ci regala intense emozioni con le canzoni del nuovo disco Toyebi Tè, suo quarto album, che miscela con gusto sia i richiami alla terra d’origine che le sonorità moderne della world music.

 

 

RICCARDO TESI & MAURIZIO GERI

“Acqua, foco e vento”

Gli esordi musicali di Riccardo Tesi sono legati alla figura di Caterina Bueno, senza dubbio la più profonda conoscitrice ed interprete del repertorio tradizionale toscano.

 

A molti anni di distanza, con un percorso che lo ha consacrato come musicista moderno capace di attraversare etnie e stili musicali diversi, Riccardo Tesi rilegge la musica della sua terra. Per affrontare questo viaggio nella memoria musicale della Toscana “minore”, sceglie come compagno Maurizio Geri, complice da molti anni nel gruppo Banditaliana; insieme condividono l’elaborazione, gli arrangiamenti e la direzione musicale.

Commissionato dall’Assessorato alla Cultura della Provincia di Pistoia, "Acqua, foco e vento" è un progetto "d’autore", nel quale più che la preoccupazione della correttezza filologica, emerge il desiderio di un’originale rilettura del repertorio della montagna pistoiese e toscano in generale, attraverso una reinterpretazione assolutamente personale e contemporanea. In questo lavoro Riccardo Tesi si fa un po’ indietro come organettista per indossare i panni di coordinatore e direttore, lasciando il ruolo principale alla voce di Maurizio Geri, il più profondo depositario di questo patrimonio. La selezione dei brani mira a raccontare il mondo sonoro tradizionale, la storia e le vicende del popolo pistoiese, dalla montagna alla pianura, con aperture verso altre aree della Toscana come il senese e il grossetano, ma anche alla Corsica, che i pistoiesi conobbero attraverso il viaggio da carbonai e da pastori, durante la transumanza.

Il repertorio è costituito da canti di lavoro, ottave rime, canti di questua, ballate, ninne nanne, canti cumulativi tratti dalla tradizione integrati da composizioni personali. I musicisti che compongono l’organico, all stars della musica etnica nazionale, conferiscono un sapore unico allo spettacolo, che alcuni hanno già definito la migliore produzione di world music italiana degli ultimi anni.

 

 “FESTIVAL del SON e della RUMBA”

CARLOS MANUEL CESPEDES

SONORA UNIVERSAL

RUMBA & BATà

PROPOSISón

CARIDAD HIERREZUELO (Cuba)

 

Sulla scia del successo del gruppo Buena Vista Social Club (soggetto dell'omonimo documentario di Wim Wenders) il son cubano, nella forma più autentica, è stato "riscoperto" e ha ritrovato un interesse diffuso sia tra i giovani che tra le persone di una certa età. Caridad Hierrezuelo, nata nella capitale del son, Santiago de Cuba, nel 1924, è considerata “la diva del son cubano”.

Il suo vasto repertorio spazia dai romantici bolero, agli swinganti mambo ai vivaci chachacha alla rumba afrocubana. Il suo talento si esprime particolarmente nelle guaracha e nei son-montuno – per cui è nota a Cuba come la “Guarachera de Oriente”.

Caridad Hierrezuelo appartiene ad una famiglia di musicisti leggendari. Con i suoi 10 fratelli è cresciuta nell'ambiente della musica tradizionale cubana; il fratello maggiore Lorenzo è stato il fondatore del duo Los Compadres, e il suo fratello minore Reinaldo è ancora a capo della mitica Vieja Trova Santiaguera.

Per più di 50 anni, Caridad è stata la cantante delle maggiori formazioni cubane, tra cui Los Taίnos de Mayarί, Los Van Van, Conjunto Rumbavana e il Conjunto Caney. A parte la Vieja Trova Santiaguera, con cui ha cantato molte volte, di recente ha affiancato musicisti quali Ibrahim Ferrer, Ruben Gonzalez e Eliades Ochoa, componenti del Buena Vista Social Club, e il pianista salsa Manolito Simonet y su Trabuco (con il quale ha inciso il suo ultimo CD Como Yo Querίa).

Il “Festival del son e della rumba”, frutto della collaborazione tra Festival Son Cuba e Musica dei Popoli, è una festa in cui nella stessa serata si esibiranno cinque formazioni cubane: Carlos Manuel Cespedes, trovador di Palma Soriano, Rumba & Batà, ritmi e canti afrocubani di ambito sacro (santerìa) e profano (rumba), Proposisòn, quintetto vocale di Santiago,  Sonora Universal, nove giovani di talento che propongono musica ballabile, a cui si aggiungere Caridad Hierrezuelo, la gran diva del són con la sua potente voce a dispetto dei suoi 79 anni, una delle ultime esponenti della forma più autentica e genuina del són cubano, il genere musicale diventato la struttura portante della salsa.

 

 

TEATRO DELLE OMBRE DI GIAVA (Indonesia)

“Wayang Sandosa”

Il Teatro delle Ombre (wayang kulit, da wayang, ‘ombra’, ‘figura’; kulit: ‘cuoio’) è una delle più antiche forme di teatro a Giava (documentato fin dal X sec.), dove ogni espressione artistica è strettamente connessa alla vita religiosa e sociale della comunità. Il teatro delle ombre, le cui origini sono di carattere magico-religioso, è la più popolare arte scenica di Giava.

 

Il Wayang Sandosa è un genere di teatro sperimentale indonesiano, un tipo contemporaneo di Teatro delle Ombre originario di Solo (oggi Surakarta, Indonesia), creato negli anni Ottanta nell’Akademi Seni Karawitan Indonesia (ASKI), l’Accademia delle Belle Arti di Solo/Surakarta (oggi Scuola d’Arti dello Spettacolo STSI). La compagnia è guidata da Blacius Subono, uno dei più conosciuti e stimati dalang (marionettista) di Giava.

 

La particolarità di questa forma di Teatro d’Ombre è che lo schermo su cui vengono proiettate le ombre delle figure è un telo bianco (kelir) di dimensioni considerevoli (10x5m - a differenza del Wayang Kulit che ne impiega uno di ridotte dimensioni: 3x2m), ed inoltre vengono utilizzate luci colorate proiettate con fari teatrali con gelatine (mentre nel Wayang Kulit si impiega ancora oggi la luce di una lampada ad olio) per rendere più suggestiva l’atmosfera delle scene che si susseguono.

 

Inoltre, mentre nel Wayang Kulit (forma tradizionale) vi è un solo marionettista immobile per ore, seduto a gambe incrociate dietro lo schermo bianco, nel Wayang Sandosa (forma contemporanea) vi sono almeno tre o più marionettisti che manipolano contemporaneamente le sagome di cuoio, si spostano continuamente nel backstage, devono correre, camminare, muoversi o stare in piedi per coprire tutto lo spazio scenico. La sincronizzazione e cooperazione tra i dalang durante lo spettacolo è di fondamentale importanza, dal momento che si devono dividere lo spazio e lo schermo con precisione e velocità.

 

Un’ulteriore difficoltà, che richiede un’abilità straordinaria dei dalang, è che le figure non toccano mai lo schermo, ma devono essere continuamente manovrate dal dalang, che non ha assistenti che gli preparino le marionette per la scena successiva. Durante il Wayang Sandosa lo schermo non è mai vuoto.

 

Le figure sono le stesse del teatro d’ombre tradizionale: sagome di cuoio (kulit) traforato e decorato, su cui viene fissato il cempurit, la bacchetta che serve a reggere la figura; ma qui le figure in pelle non rappresentano più solamente gli eroi della storia, ma anche intere legioni, carri da battaglia, animali, fiori, figure mitiche, e l’immancabile kayon, una sagoma a forma di foglia che rappresenta ‘l’albero della vita’.

 

Il Wayang Sandosa è un’evoluzione contemporanea del tradizionale Wayang Kulit, realizzato apportando delle modifiche tecniche nella rappresentazione ma senza stravolgerne i contenuti. Si tratta di un’evoluzione interna al contesto indonesiano nel senso che non è stata indotta da un processo imposto dall‘esterno per effetto dell’occidentalizzazione, ma nasce dall’esigenza di attualizzare la rappresentazione tradizionale per iniziativa di alcuni maestri marionettisti giavanesi che, nella loro attività didattica, sperimentano nuove forme espressive senza stravolgere i canoni tradizionali. L’intento è quello di valorizzare la tradizione rendendola attuale agli occhi del cittadino che non apprezza più gli spettacoli che durano tutta la notte né le celebrazioni che fanno da contorno alla rappresentazione (lo spettacolo che tradizionalmente durava 8 ore è stato ridotto ad 1 ora e mezza/ due ore). Inoltre, nel Wayang Sandosa, l'antica lingua giavanese, usata per i personaggi aristocratici della storia, viene abbandonata per il Bahasa Indonesia, la lingua parlata e compresa da tutti nell’arcipelago indonesiano (“wayang sandosa” significa “figura/marionetta che parla indonesiano”). Le storie sono quelle tradizionali, tratte da episodi (lakon) delle grandi epopee hindu, il Mahabharata e il Ramayana, ma vengono reinterpretate liberamente contestualizzandole all’attualità.

 

Lo spettacolo del Wayang Sandosa è realizzato da tre dalang accompagnati dall'orchestra tradizionale giavanese gamelan (intonata secondo la scala eptatonica pelog) formata da sette musicisti. Gamelan è allo stesso tempo il termine che designa sia l’ensemble di metallofoni (carillon di gong e xilofoni metallici) che la forma musicale.

 

PEPPE BARRA (Italia)

 

Dalla Nuova Compagnia di canto popolare all'opera di Roberto de Simone, Peppe Barra rivela le camaleontiche capacità espressive e si pone tra i più interessanti interpreti della musica popolare napoletana. Sempre attento alla ricerca della tradizione canora della sua terra, Barra si dimostra particolarmente felice nel "contaminare" con energia travolgente un repertorio dai molti brani classici, opere personali o di autori a lui vicini. Un crescendo di canzoni dove il dialetto rafforza il significato dei testi: l'amore, la vita e la morte sono raccontati con quell'ironia e quel sarcasmo tutti partenopei che Barra esprime fino a giungere ad un'esplosione primitiva e dionisiaca. Vincitore del Premio Tenco nel 1993, è scelto da De André per adattare e cantare in dialetto napoletano il brano “Bocca di Rosa", inciso e interpretato dal vivo con estrema emozione. Impegnato nella sperimentazione, anche nell'uso della voce, nel suo concerto si susseguono interpretazioni magistrali di canzoni e tammurriate, liriche teatrali e poesie, ritualità e divertimento, un affresco sonoro, melodico e ritmico dal sapore mediterraneo passato e contemporaneo. Ė accompagnato dal vivo da Lino Cannavacciuolo al violino, Mario Conte alle tastiere, Paolo Del Vecchio, chitarre, Sasà Pelosi, basso acustico e Ivan Lacagnina, percussioni.

 

 

SOUNGALO COULIBALY (Mali)

 

Difficile classificare il gruppo del percussionista Soungalo Coulibaly nelle categorie musicali attuali: rinomato tamburo-maestro di fama mondiale, considerato a pieno titolo come uno dei più grandi djembefolà, ossia ‘suonatori di tamburo djembé’, Soungalo è un artista si è ispirato alla tradizione, da cui proviene, ma in cui non si è sedimentato; per lui la tradizione non è statica, ma è in continuo movimento, altrimenti muore. Sempre contorniato da musicisti di alto livello, non cerca l’innovazione nella mescolanza tra strumenti tradizionali africani e strumenti moderni occidentali, non mescola i repertori tradizionali del suo paese natale, il Mali, con il blues o il rock, ma cerca di trovare nuovi linguaggi e sonorità in accordo alla tradizione. Ha definito la sua musica ‘Flez Music’, scaturita dall’impasto timbrico di balafon (xilofono), chitarra acustica, n’goni (liuto) e percussioni della tradizione mandinga, il tutto a costituire il sottofondo musicale per la straordinaria voce di Mariam Doumbia-Diakité e per la kora del griot Siaka Diabaté, cantastorie di lunga tradizione familiare.

Slungalo ha partecipato a numerosi festival europei di jazz e world music, e nel 1998 è stato invitato dal percussionista guineano Mamady Keita a partecipare ad uno spettacolo eccezionale creato per il festival Couleur Café a Bruxelles, dove è apparso accanto ai più grandi artisti dell’Africa occidentale (Manu Dibango, Mory Kanté, Khadja Nin, Doudou N’Diaye Rose, etc.).

 

FANFARA CIOCÂRLIA (Romania)

 
L'origine delle brass band rumene, appartenenti alla tradizione musicale moldava, risale alle band militari turche (mehter). Le bande di ottoni e percussioni (bantâ, sebbene il termine francese fanfare sia più diffuso) divennero popolari negli anni Quaranta, sostituendo progressivamente gli organici strumentali tradizionali di violini (lautâri). L'occupazione ottomana dei Balcani ebbe una grande influenza sulle culture musicali locali che è possibile ascoltare nella musica che attraversa la Bulgaria, la Macedonia, la Serbia e la Romania. Non capita tutti i giorni di vedere un ensemble così affiatato che comprende ventenni e quasi settantenni; per non parlare del repertorio, vorticosamente in movimento tra Medio Oriente, Turchia, Serbia, Macedonia e Romania. La Fanfara Ciocârlia (‘Ciocârlia’ – lett. “L’allodola” – è il titolo di un brano strumentale molto diffuso tra i lautâri rumeni) proviene da Zece Prâjini, cittadina della Regione moldava, nella parte nord orientale della Romania. "Da dove veniamo noi, siamo uno degli ultimi gruppi di questo tipo ancora in circolazione e siamo i più veloci di tutti"- affermazione a cui non si stenta a credere sulla scorta della loro musica velocissima, lentissima, sempre coinvolgente, composta di graffianti brani nel perfetto stile delle brass band locali.

Ioan Ivancea e la sua fanfara gitana ci offrono un brillante assaggio della potenza sonora che sono in grado di esprimere durante le lunghe feste moldave, di cui dicono di essere i protagonisti incontrastati sia negli audaci tempi veloci, sia nelle delicate atmosfere da sussurrare appena, facendo ricorso a un ottone o due.

 

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