"SUONI IN MOVIMENTO"
OPERA CINESE DEL SECHUAN (Cina)
DERVISCI MEVLEVI DI GALATA (Turchia)
Marcello Colasurdo & paranza (Campania)
ZOE’ (Puglia)
Leila Haddad (Tunisia)
MUZSIKÁS & MÁRTA SEBESTYÉN (Ungheria)
YOLANDA HEREDIA (Spagna)
NUEVA COMPANIA TANGUEROS & TRIO ESQUINA (Argentina)
BALLETTO REALE KHMER (Cambogia)
OPERA CINESE DI SICHUAN (Cina)
“La leggenda del Serpente Bianco”
L’Opera di Pechino è la forma di spettacolo tradizionale più nota e popolare in Cina, di grande suggestione e impatto visivo, con incredibili danze acrobatiche, con gli attori-cantanti-danzatori inseriti in un impianto generale simile al nostro melodramma. Non si tratta di puro e semplice teatro di prosa né di teatro lirico ma di una messa inscena che fonde recitazione, canto, musica, danza e numeri acrobatici. Lo spettacolo ha sempre avuto un ruolo centrale nella cultura cinese. Le sue antiche radici si perdono nelle cerimonie religiose e nei riti agricoli, mentre il teatro vero e proprio nacque probabilmente soltanto durante il regno di Huan Tsung (713-756 d. C.). L’Opera, invece, è nata alla fine del XVIII secolo dalla fusione di diversi generi. Uno dei principali elementi confluiti nell’Opera è la tradizione della grande “scuola meridionale” del teatro classico cinese, che ha toccato il suo apice nel XVII secolo trovando la massima espressione nel Kunku, originario della regione del Kunshan. Ma, con l’evoluzione della società cinese, questo stile finì per essere giudicato troppo lezioso. Venne quindi “rivitalizzato” con elementi ripresi da forme di spettacolo più popolari e immediate. Nacque così il Jinxi, da cui si è poi sviluppata la vera e propria Opera di Pechino.
L’Opera di Sichuan, a detta dell’etnomusicologo sinologo François Picard, curatore dello spettacolo, è attualmente una delle migliori che si possano trovare in Cina. Si caratterizza per la bellezza delle voci e delle melodie, la sottigliezza della recitazione degli attori, la ricchezza delle percussioni, l’humor (i clowns sono stimati in tutta la Cina). L’utilizzo del dialetto locale è il frutto della combinazione di due o tre secoli di tradizioni popolari (canti dei barcaioli, teatro locale) con forme diverse tra cui l’opera classica Kunqu. La musica d’accompagnamento è fornita da un’eccezionale ensemble di percussioni (tamburi, piatti gong) che sottolineano il gesto con una varietà di formule ritmiche e di colori timbrici incomparabili, che permettono di evocare i suoni naturali: la pioggia, il tuono, il vento, le foglie. A questi si aggiungono la sonorità pastorale dell’oboe e la delicatezza dei flauti traversi. A Chengdu, capitale della provincia di Sichuan, la Troupe raggruppa i migliori artisti della provincia mantenendo ad un livello elevato la tradizione di quest’arte; è composta da 40 elementi tra attori e musicisti, e presenta ad un classico del repertorio: l’episodio “La leggenda del Serpente Bianco”.
DERVISCI MEVLEVI DI GALATA (Turchia)
"Smarrirsi nell'estasi: il rito Sema"
La musica sufi della confraternita dei Mevlevi, per le sue caratteristiche spirituali e meditative, aiuta i credenti ad avvicinarsi a Dio. Il rituale prevede una danza rotatoria dove il Semazen (danzatore) con il suo sikke in testa e il Tennure, sudario che indossa insieme alla hirka, il cardigan nero, si muove nel modo seguente: in piedi con le braccia incrociate, incarna la figura che significa l'unità di Dio, poi, iniziando a girare su se stesso, allarga le braccia, il palmo della mano destra rivolto al cielo come se stesse pregando e pronto a ricevere il Kerem-i Ilahi - la parola di Dio - mentre il palmo della mano sinistra (alla quale guarda), è girato verso il basso, a significare il suo ruolo di medium tra la terra ed il cielo.
La musica è dominata dal nay (flauto verticale) che ha un ruolo mistico nella musica turca, il kamanche (violino), i koudoum (piccoli timpani in cuoio ricoperti di pelle di capra), gli halile (piatti in rame) e i bendir (tamburi a cornice). Con tali strumenti si esegue la musica del rito Mevlevi (ayìn), elemento principale del Sema, concerto spirituale preconizzato dal fondatore della confraternita, Mevlana Jalaad ad din Rumi («il nostro maestro Jalaad del paese di Rum»), il grande poeta mistico persiano del XIII sec. da cui prende nome la confraternita Mevlevi.
Rumi non diede origine alla danza religiosa presso i Sufi, poiché essa gli preesisteva, ma le diede enorme importanza. Così scriveva: "Molte strade portano a Dio. Io ho scelto quella della danza e della musica”.
Per essere persone "perfette", i Dervisci (membri della società Mevlana), entrano progressivamente nello spirito di Mevlana abbondonando le cosiddette "bellezze del mondo temporaneo" che portano le persone a comportarsi come schiavi. Essi desiderano raggiungere il vero mondo, il vero Creatore, il Dio, per divenire 'non-esistenze' al cospetto di Dio. Per ottenere questa condizione, i Dervisci sopportano ogni genere di privazioni e sofferenze. Nella filosofia di Mevlana non c'è ragione per essere pessimisti e senza speranza: secondo i suoi insegnamenti, tutto l'universo è rinnovato continuamente e l'amore è una delle caratteristiche di Dio. Qualsiasi sia la sua forma, alla fine, aiuta le persone a raggiungerLo. Del resto anche la musica è un fattore che prevede unione e quindi aiuta a trovare accordo tra gli esseri umani.
Il gruppo musicale MYSTIC MUSIC AND SEMA ENSEMBLE OF THE MEVLEVI OF GALATA, diretto da Al Sheikh Nail Kesova (14 elementi tra musicisti e danzatori) da' vita al rituale Sema riferendosi al Mirac, ovvero al viaggio spirituale dell'uomo verso Dio, nel quale l'adepto si annulla in Allah grazie alla preghiera e alla danza.
Le rotazioni dei Dervisci mimano il ritmo del cuore insieme all'abbraccio per tutti gli esseri umani e tutte le creature, e portano alla comprensione del "vero amore", l'unico ponte verso Dio.
Marcello Colasurdo & paranza (Campania)
““E manco 'o sole ce 'a sponta”
Con "E manco 'o sole ce'a sponta", che è anche il titolo del suo album d'esordio, Marcello Colasurdo propone un percorso musicale della tradizione popolare campana. Dalla gioia sensuale delle tammurriate delle feste per la montagna "fredda" (il monte Somma), tammurriate protettive nei confronti della montagna "calda" (il Vesuvio), ai canti amisterici per le processioni e per i grandi rituali che, a partire dalla Madonna dell'Arco, vanno verso Pagani per la Madonna delle Galline, fino a Scafati per la Madonna dei Bagni, per concludersi a Montevergine e continuare con le nenie e le filastrocche come l'Aucello Grifone.
A riproporre la complessità di questo mondo in un nuovo progetto sulla musica popolare non poteva essere che Marcello Colasurdo e la sua Paranza, termine che sta ad indicare un gruppo di persone disposte a semicerchio attorno al cantante. Tale gruppo fonda le sue basi in anni di partecipata esperienza canora, sociale e politica all'interno di questo mondo "basso" e marginale dei riti, delle feste, dei canti e delle scadenze di un calendario contadino valido solo per la ristretta cerchia dei suoi partecipanti, chiuso e riparato dalle mode e dal falso folklorismo televisivo e di consumo.
Il progetto vuole ricostruire quella particolare "ecologia" che permea i riti e le feste, e riproporla ad un pubblico che immancabilmente finisce per esserne coinvolto e dunque a diventarne protagonista.
ZOE’ (Puglia)
“Canti e danze del Salento”
Il gruppo Zoè è nato ufficialmente nel 1993. Nel 1990 Lamberto Probo, musicista e attore salentino, torna da Berlino, dove per diversi anni ha studiato danza e teatro, e decide di restare nella sua terra per dedicarsi alla ricerca delle radici della musica e della danza popolare del Salento. E’ questo spirito che lo porta ad incontrare gli altri musicisti che compongono il gruppo Zoè, come Pino Zimba, personaggio storico della tradizione salentina, tamburellista, come tutta la sua famiglia, da generazioni.
Lo spettacolo proposto dal gruppo Zoé è il risultato di una lunga e profonda ricerca svolta sulla musica popolare salentina sulle orme di De Martino e Carpitella; musica figlia della tradizione, dove influssi e contaminazioni emergono necessariamente come apporti “naturali”, risultato di secoli di dominazioni le più diverse ma soprattutto di scambi con altri popoli del Mediterraneo.
Il repertorio di Zoe’ comprende canti di lavoro, canzoni d’amore in dialetto e in grecanico salentino, canti di protesta e specialmente pizziche, “de core” e “tarantate”. Quest'ultimo ritmo è il più eccitante, e allo stesso tempo straziante e inebriante, esilarante e commovente: è, insieme, il ritmo del cuore e del respiro, il pulsare della terra. Rimanervi indifferente è impossibile perché il crescendo ostinato dei "battiti" del tamburello va diritto al cuore e le note più alte del violino toccano le profondità più remote del nostro essere.
E’ un cammino a ritroso, da un ritmo sopravvissuto a tutte le modernizzazioni fino a radici culturali e psichiche le più varie, sedimentate lungo la storia millenaria pronte a sprigionare la loro forza intatta. E' da questo punto di vista che la pizzica salentina, nella sperimentazione incessante del gruppo Zoe' rivela tutta la sua modernità, la sua perdurante efficacia e vitalità.
Leila Haddad (Tunisia)
“Danza dei sette veli”
Tunisina residente in Francia, Leila Haddad pratica e insegna danza orientale da una decina d'anni. Combatte il pregiudizio e, in primo luogo, l’appellativo di “danza del ventre” dovuto ai legionari europei che così denominarono la sensuale danza con l’ombelico scoperto. Leila Haddad vuole restituire al raqs el-Sharqi (lett. “danza d’Oriente”) la propria dignità e valore originario, e far comprendere che i fianchi, le spalle, gli occhi, le dita, le braccia partecipano alla realizzazione di un’arte antica che non è seduzione, ma piuttosto celebrazione della maternità. Ciò non toglie che essa comunichi, nel suo linguaggio altamente simbolico, contenuti altamente erotici, almeno allo spettatore occidentale, rotto a più espliciti, ma meno allettanti, richiami.
Con l’interpretazione de “La danza dei sette veli”, ispirata al celeberrimo episodio biblico in cui Salomé chiede in cambio al re Erode la testa di Giovanni Battista, Leila Haddad dà il meglio di sé. Una festa di colori e di aerea levità, un caleidoscopico incanto ricco di sensuali movenze. In questo episodio la complessità dei gesti e dei movimenti è accompagnata sottilmente da un gruppo musicale formato da 5 elementi, esecutori di strumenti tradizionali come il qanun, il nay, l’ud e i darabukka.
MUZSIKÁS & MÁRTA SEBESTYÉN (Ungheria)
"Canti d'amore passionale, ballate e danze nuziali"
La maggior parte delle canzoni di Márta Sebestyén e del gruppo Muzsikás appartengono alla tradizione della Transilvania, una musica prodotta dalla composizione multiculturale della regione (rappresentata da rumeni, ungheresi, gitani) e che ancora oggi viene regolarmente utilizzata per celebrare sposalizi oppure in occasione di altre festività civili e religiose. Diversi brani musicali del loro repertorio hanno avuto origine dalle registrazioni sul campo che il gruppo ha svolto durante le ricerche nei villaggi di Fuzes nella Transilvania centrale (Romania). Ciò che rende così particolari i Muzsikás è la loro comprensione dello stile autentico del villaggio e la loro abilità a ricrearlo.
Rilevante è la presenza nei loro concerti della cantante ungherese Márta Sebestyén, l'indimenticabile voce della colonna sonora del film "Il Paziente Inglese". Le sue qualità sono esaltate quando esegue le meravigliose, lente e melanconiche canzoni del Kalotaszeg (villaggio della Transilvania). Non si pensi che la musica gitana ungherese possa essere rappresentata dalle csardas suonate e danzate nei ristoranti di Budapest. Considerando l'alto profilo dei musicisti gitani nell'est europeo, è sorprendente che la loro musica - quella che suonano per loro stessi - sia così poco conosciuta, tanto più sorprendente data la fama di violinisti gitani.
YOLANDA HEREDIA (Spagna)
"Flamenco andalùz"
Appartenente ad una famiglia gitana di Siviglia, di grande tradizione artistica (il padre Jesus, cantante, e il fratello Rafael, chitarra, hanno lavorato con personaggi del calibro di Vincente Amigo, Cristina Hoyos, Quique Paredes) Yolanda Heredia è considerata oggi una fra le più accreditate artiste emergenti del flamenco andaluso. Fin dall’adolescenza ha ballato con i più importanti nomi dei tablaos; più tardi entra a far parte della Compañia di Mario Maya nello spettacolo "Amor Brujo"; decorata con il "Premio Nacional de Cordoba", affronta in seguito tournée internazionali; con il suo spettacolo "Azotea" partecipa alla Biennale di Siviglia ottenendo grandi consensi di pubblico e critica. Ha in seguito acquisito una maturità e una pienezza che conferiscono alla sua gestualità l’espressività e il virtuosismo tecnico degli zapateados e nei batas de cola. E' richiestissima quale coreografa per i maggiori spettacoli di Madrid, Siviglia e Barcellona. Integra la sua attività artistica con quella di docente sia in Spagna che all'estero.
Nello spettacolo che presenta a Musica dei Popoli, la trentenne ballerina darà vita ad un'entusiasmante performance che presenta una suite dei palos tradizionali (bulerìas, alegrìas, soleàs, ecc.) nella quale il talento si unisce ad una nativa esuberanza espressiva di rara efficacia.
TRIO ESQUINA (Argentina)
Cartoline di Tango, come messaggi che varcano l'oceano e abissi di nostalgia, in uno spettacolo da camera, per virtuosi (due coppie di ballerini e l'eccelso trio Esquina), impaginato da Marco Castellani e Mariachiara Michieli. Le istantanee immortalate in queste cartoline sono veri e propri monumenti di quel sortilegio tipicamente argentino che è il tango, e portano le firme dei più grandi autori del genere, sia classico che nuevo. Da Troilo a Piazzolla, alle composizioni dello stesso Cesar Stroscio, fondatore dell'indimenticabile Cuarteto Cedron e colonna di innovative formazioni (Luis Rizzo e poi Esquina) stratosferico bandoneonista dall'inconfondibile pronuncia che viene accompagnato nell'occasione da Claudio Enriquez alla chitarra e Hubert Tissier al contrabbasso.
Delirio tipicamente sudamericano, detestato dalle nuove generazioni rioplatensi, il tango è un paradosso; malefico e fascinoso, con la connotazione trasgressiva del vizio: viaggio pericoloso sospinto dallo stantuffare del bandoneon. Tutto ciò è documentato con poetica pregnanza in questo raffinato spettacolo: sulle partiture morbide e al contempo violente del Trio si intrecciano i passi avvinghiati e languidi di Sabrina e Ruben Veliz e di Andrea Reyero e Sebastian Missé, in una suite di emozioni e desideri inarravabili e sfuggenti, attimi sospesi in immagini e scrittura nelle quali "la distanza è atlantica, la memoria cattiva e vicina".
BALLETTO REALE KHMER (Cambogia)
"Il fascino divino delle danzatrici del re"
Messaggera del credo della danza classica cambogiana, fondata su una tecnica raffinatissima (trasmessa per via orale e pratica, senza trascrizione, con veri e propri rituali iniziatici), la compagnia dell’Accademia Reale ha rischiato di scomparire per sempre, travolta dalle spaventose guerre civili cambogiane. All’inizio degli anni Ottanta, il Balletto ha potuto celebrare la propria rinascita grazie alla memoria delle vecchie maestre di danza scampate ai campi di lavoro, che hanno ricostituito il repertorio classico di un complesso le cui sorti sono oggi affidate alla direzione della figlia maggiore del principe Sihanouk, la principessa Bopha Devi, già danzatrice della compagnia prima dell’esilio.
La prima tournée è stata in Francia nel 1906 e fu accolta ovunque in maniera trionfale; poi, il corpo di ballo del Regno di Cambogia è tornato quattro volte in Europa, l’ultima, in formazione ridotta, nel 1997 (Parigi, Montpellier, Roma).
Lo spettacolo presentato dalla troupe in questa occasione è un programma inedito interpretato da una compagnia composta da 35 danzatrici, 10 danzatori, 6 musicisti, 3 cantori, 6 costumiste e maestre di ballo.
E’ uno spettacolo di tradizione millenaria, che trae origine dall’arte sacra all’epoca dell’apogeo della civiltà angkoriana, come testimoniano i bassorilievi dei templi di Angkor, in cui le ballerine, alle quali occorrono anni di rigoroso apprendistato, eseguono gli stessi gesti delle danzatrici scolpite, in coreografie nelle quali niente è lasciato al caso. Come le loro antenate uniscono tecnica, soavità e padronanza assoluta di se stesse.
Profumi di incenso, barbagli di ori, la melodia ipnotica dell'orchestra tradizionale: tutto congiura a trasportare lo spettatore nel mondo degli dei. Un sipario immaginario si solleva per lasciare il campo alla grazia unica delle quarantacinque danzatrici del Balletto Reale di Cambogia.