"AFRICAMUSICA IV"
DJELI MOUSSA DIAWARA (Guinea)
TRIO RUMPILE’ ritmi dal Candomblè (Brasile)
CONFRATERNITA GNAWA Les maitres du Guembri (Marocco)
PEPPE CONSOLMAGNO solo performance (Italia)
SOLO’ RAZAFINDRAKOTO e PASSY RAKOTOMALALA (Madagascar)
CAETANO VELOSO E GRUPO (Brasile)
MORIBA KOITA et LE SOROTOUMOU (Mali)
AIRA YO - FAMILLE DEMBELE’ (Burkina Faso)
GABIN DABIRE’ etnia Dagari (Burkina Faso)
FRATELLI DEMBELE’ etnia Bobo (Burkina Faso)
MILTON KWAMI POUR LE MOOB etnia Allandian (Costa d’Avorio)
JUSTIN VALI TRIO (Madagascar)
MALIKA DOM RAN (Algeria)
SAMIA BEGGA e “Le Ballet Salya” (Algeria)
FRANCIS BEBEY (Camerun)
ORNETTE COLEMAN (U.S.A.) meets MASTER MUSICIANS OF JAJOUKA (Marocco).
DJELI MOUSSA DIAWARA (Guinea)
Circa trent’anni fa Djeli Moussa Diawara è nato, nella seconda città della Guinea, Kankan, e contemporaneamente si immerge nella musica tradizionale. La madre è infatti una griotte, e dunque cantante (e “solo” cantante, come la tradizione impone a tutte le musiciste di casta tra i griot della cultura Mandingo). Il padre è già allora un griot maestro stimatissimo di balafon, ricercatissimo in particolare come il miglior fabbricante dell’area di questi strumenti. Tra le otto lingue utilizzate in Guinea quella dei Malinkè (Mandingo) chiama “djeli” quei musicisti di casta che i francesi chiameranno poi griots. E il piccolo Djeli , a partire dalle percussioni, comincia il suo apprendistato tradizionale tra giochi e disciplina, al fianco del fratello maggiore Mory Kante, lo stesso che molti anni dopo, già “in carriera”, lo chiamerà a Parigi e ne rispetterà l’originalità e la fedeltà alle tradizioni. E proprio sulla Kora di Mory che il dodicenne Djeli scopre la sua vocazione strumentale. Poi più di due anni nel Mali, a tempo pieno a casa dei grandi maestri Batourou Sekou Kouyate e Sidiki Diabate. Da lì il percorso è quello “canonico” (solo molto precoce rispetto agli altri, grazie al fratello maggiore che lo protegge e strappa alla mamma i permessi prima del tempo) per i griots maschi della sua generazione. Ad Abidjan, capitale della Costa d’Avorio e capoluogo indiscusso della vita musicale dell’Africa occidentale. Poi in Europa, con approdo a Londra nel 1988 e un lungo tour al fianco di Youssou n’Dour e Ali Farka Touré. Ma sono ancora la lingua e la famiglia (Mory Kante, appunto) che lo spingono poi a Parigi. Tra la ville lumière e la sua Guinea c’è negli ultimi anni il suo destino di virtuoso emergente, diverso dal fratello perché più fedele alle atmosfere tradizionali ma capace come nessuno di far “rinascere” la Kora con una ricchezza di suoni mai esplorati, a detta di molti, da nessuno prima di lui.
TRIO RUMPILE’ (Brasile)
RumPiLè è l’insieme dei tre tamburi sacri (atabaques) del Candomblè, la religione sincretista Afro-Brasiliana. Sono gli strumenti che durante il rituale fanno da tramite tra il mondo materiale e quello spirituale. Rum è il tamburo più grande e dal suono più grave, Rumpi il medio, Lè il più piccolo ed acuto.
Nel Candomblè ogni strumento a percussione ha un ruolo ben preciso ed un importanza vitale per stabilire il contatto spirituale desiderato.
“RumPiLè” non propone un rituale accompagnato dal suono primordiale ed ossessivo dei tamburi ma un concerto condotto da musicisti di formazione culturale e musicale diverse, dove gli aspetti rituali, magici, terapeutici, mistici e religiosi del Candomblè sono una costante fonte di ispirazione. Il gruppo fondato da Gilson Silveira e Kal Dos Santos è impegnato nel mantenere uno stretto legame , dal punto di vista musicale, con una ricca tradizione percussiva, quella della cultura Afro-Brasiliana.
Il trio RumPiLè, a cui fondatori si aggiunge Massimo Orlando propone uno spettacolo dove tamburi, flauti e voce dialogano fra loro raccontando storie e leggende che condensano la memoria storica dell’incontro tra lusitani, indios e africani.
CONFRATERNITA GNAWA (Marocco) ]
Les Maitres de Guembri
I Gnawa del Marocco sono i componenti di una tariqa (sentiero, via mistica e, per estensione, confraternita) che conta adepti in tutto il Maghreb ed è costituita per la maggior parte da neri provenienti dai paesi del Sudan occidentale (Mali, Mauritania, Senegal, Guinea, Niger, Nigeria del Nord, Burkina Faso).
La migrazione verso il Marocco di gruppi provenienti da etnie sudanesi (fulani, bambara, haussa), che attraversano il Sahara sulle rotte dei traffici di oro, di sale e di schiavi, precedette la conquista araba e venne incrementata in seguito all’abbattimento dell’ultimo dei grandi imperi dell’Africa occidentale.
La pratica coreutico-musicale dei gnawa, causa e manifestazione di uno stato di coscienza particolare (hal), assolve differenti funzioni, religiose, terapeutiche e sociali: si ritiene che la partecipazione collettiva ai ritmi ed alle danze, pratica principale della confraternita, esplichi una funzione terapeutica nei confronti dei disturbi psichici attribuiti all’opera dei mluk, i geni abitatori del khla.
Con il nome di gambrì (gnbri) viene designato il liuto suonato dal m’allem sia come strumento solista che per l’accompagnamento dei canti. Gambrì è, più propriamente, il nome del liuto berbero, a cassa di legno piriforme, talvolta ricavata da un guscio di tartaruga, con corde messe in tensione per mezzo di cavicchi. Il nome che designa comunemente il liuto dei gnawa nel loro contesto, hejhuj (da una forma verbale che indica scuotimento, eccitazione), richiama per assonanza il suo valore simbolico di “doppio” del m’allem (jhuj nell’arabo dialettale marocchino significa due.
Nonostante la sua natura di strumento popolare, nel contesto di una tradizione musicale orale, l’hejhuj mantiene un’”aura” elusiva e la sua pratica può essere considerata appannaggio di un’èlite, in ragione del carattere riservato della sua fabbricazione e del lungo e difficile tirocinio al quale deve sottoporsi chi voglia apprenderne i segreti.
PEPPE CONSOLMAGNO (Italia)
Riminese, classe 1958, formatosi in Italia, ma curioso esploratore di civiltà musicali, Giuseppe (detto Peppe) Consolmagno utilizza strumenti in gran parte autocostruiti con materiali recuperati nei suoi viaggi, come la zucca, il legno, il bambù ed il metallo. Questa sua attitudine lo porta a tenere seminari e workshop sulla musica extraeuropea e sulla costruzione degli strumenti a percussione, una specializzazione che lo ha fatto diventare il fornitore privilegiato di personaggi quali Nanà Vasconcelos, Cyro Baptista, Airto Moreira, Trilok Gurtu, solo per citare alcuni dei più celebri.
I brani composti da Consolmagno sono, nella maggior parte, ispirati alla tradizione popolare brasiliana. Il Brasile è la sua terra ideale, di cui è profondo conoscitore; scrive articoli sulla storia di quel paese, della sua musica, dei suoi strumenti visti sotto l’aspetto musicologico, sia socio-culturale che strumentale. La sua musica in realtà si esprime attraverso strumenti che appartengono anche ad altre culture, come l’Africa, l’Asia, che hanno un linguaggio comune, internazionale. Il Gong Birmano, la Conchiglia, le Tazze da meditazione, i Vasi africani, i Flauti ad una nota pigmei, l’Acqua, il Berimbau, il tamburo parlante ed i tamburi ad acqua, uniti insieme alla voce, creano una dimensione unica, dove svolgono i ruoli preponderanti vari elementi espressivi: il suono naturale, il silenzio, il colore ed il ritmo. Altra caratteristica della sua ricerca è lo stretto rapporto intimistico che instaura con i suoi strumenti. Egli stesso dice: “Lo strumento quando è suonato male risponde male, quando è suonato bene, in maniera appropriata, risponde bene, comunque suona, comunque parla. Il musicista tanto più conosce quel determinato strumento, le sue origini, le sue fibre, tanto più può dialogare con Lui”.
SOLO RAZAFINDRAKOTO e PASSY RAKOTOMALALA (Madagascar)
Nato in Francia da genitori malgasci, Solò Razaf torna giovane nel suo paese di origine, dove inizia la sua carriera di musicisti con i Pumpkins. Cronista e in seguito critico musicale per un quotidiano nazionale incontra il docente del jazz africano, Manu Dibango che lo convince di recarsi a Parigi per cercare fortuna.
Da poco arrivato nella capitale francese, diventa il bassista prediletto di Myriam Makeba e inizia a lavorare nell’ambito del blues e del country con elementi malgasci e sud-africani. Collabora successivamente con il pianista zairese Ray Lema.
Nel ‘92 firma la produzione della compilation Malgache connection nella quale riunisce una miriade di musicisti di diverse generazioni ed etnie con l’intento di creare un mosaico , quello della musica dell’oceano indiano via Madagascar. L’energia dei giovani, l’esperienza degli anziani: gli uni al servizio degli altri sono in poche parole l’essenza di questa avventura che ha permesso a Solo di proporre uno spazio di creazione al servizio della musica malgascia odierna.
Nel ‘95 ripete l’operazione con Fruit du voyage.E ancora virtuosismo, poesia e spaesamento in questo caleidoscopio sonoro, fedele come il precedente allo spirito dei malagasci e alla volontà di rinnovamento delle proprie tradizioni. Complice di Solo nelle più svariate situazioni, comprese quelle appena accennate è Passy Rakotomalala: virtuoso della Valiha (la caratteristica arpa malgascia) e squisito percussionista. Il suo senso della scansione ritmica è rigoroso e puntuale (per questo viene scherzosamente soprannominato ”il ragioniere”) e ben si adatta ad accompagnare gli arabeschi di Razaf.
CAETANO VELOSO (Brasile)
Caetano Veloso è uno dei protagonisti più originali ed auterevoli del rinnovamento musicale brasiliano dalla fine degli anni ‘60. Cantante e compositore, ma anche regista di cinema, giornalista e scrittore, Caetano è, contemporaneamente, l’erede naturale rispettoso della tradizione sonora del Brasile, ed un artista cosmopolita e poliedrico, attento al nuovo, con una musica sempre, e profondamente, calata nel reale.
Nato a Santo Amaro, nello stato di Bahia, Caetano si avvicinò alla musica con la scoperta di Joao Gilberto, la “voce” della bossa-nova, il musicista che definiva una nuova dimensione per l’interprete con un canto appassionante e rarefatto. Joao conquistò il giovane bahiano che proprio nella vitalità della tradizione, nel suo costante divenire, rintracciò la possibilità di arricchire la sua musica di ogni stimolo senza perdere il contatto con il passato.
Così nella proposta di Caetano il samba degli anni ‘30 convive con l’elettricità del rock, sintetizzati nel “Tropicalismo” degli inizi, il messaggio esplosivo negli anni della dittatura militare che Caetano e compagni pagarono con il carcere e l’esilio. Da qui l’attaccamento totale alla sua arte, ad una musicalità estroversa, generosa e sincera, che usa con agilità i linguaggi del mondo, l’art-rock e la sperimentazione, le melodie del fado e la canzone napoletana, per definire un song-book di rara efficacia. Trenta e più dischi documentano l’avventura di Caetano, che procede con l’entusiasmo e la sorpresa degli esordi, per un artista che ama definirsi semplicemente “un amico della musica”.
Il concerto che Caetano presenta a MDP si discosta dai programmi consueti e, pur basandosi in larga misura su Fina estampa, summa della canzone Ispano-Americana, include un serrato confronto tra samba e tango, attraverso classici che vanno da Gardel a Piazzolla per il tango e da Jobin alle proprie composizioni per il samba
LA NOTTE DEI GRIOTS
Griot è un termine francese (in lingua mandingo, quella originale, si dice “djeli” o “jali”, “jalolu” al plurale). Il termine indica il cantastorie della cultura mandingo, musicista di casta a cui si appartiene per nascita, professionista della musica in quanto vive solamente di questa arte detta “jaliya”. Ai tempi dell’impero del Mali, fiorirono dai primi del XIII° secolo alla fine del XV° , i griots vagavano di corte in corte cantando, suonando e trasmettendo informazioni ed epica nel tempo. Nella società africana tradizionale (e per molti versi anche in quella moderna e contemporanea), i griot costituiscono una vera e propria casta in cui ogni famiglia (riconoscibile dai cognomi con le loro varianti, come Keita, Mamandi, Konte o Kante, Kuiate o Kouyate, Diubate o Diabate, Sissokho o Cissokho o Suso, Damba o Dembele), si tramanda di generazione in generazione questa tradizione. Il griot recita cantando genealogie, storie e leggende delle dinastie, rappresenta la memoria collettiva, “è un archivio vivente delle tradizioni della gente “ (F. Bebey). Un tempo al servizio dei re (mansa), oggi i griots sono quasi sempre indipendenti, non più al servizio di singoli mecenati, ma impegnati come intrattenitori presso i privati, in occasioni festive o durante le cerimonie pubbliche o private. Da qui un repertorio vastissimo, fatto di canti religiosi di impianto islamico, epopee storiche e mitiche e canti di circostanza e lode. La struttura sociale gerarchica dei Mandingo, al cui vertice sono i nobili (“nati liberi- horon”), discendenti dalla casa imperiale e dai suoi alti ufficiali, relega i griots in basso, tra i professionisti di casta, tra artigiani, fabbri e pellai, ma li circonda comunque di rispetto e stima, in base alla loro sapienza e alla loro abilità musicale.
MORIBA KOITA et LE SOROTOUMOU (Mali)
La famiglia dei Griots Koita è originaria del villaggio Kenenkoun, nelle regione di Koulikor (55km da Bamako). Dall’età di 4 anni Moriba viene condotto a praticare la musica e si specializza presto nello n’goni, cordofono tradizionale simile a un liuto 4 corde. Entrato giovanissimo a far parte dell’Ensemble strumentale di stato del Mali, Moriba ha vissuto in pieno la vicenda dei griots della sua generazione, sbocciata sulla scia delle “seconde” vedettes africane. Viene infatti chiamato ad accompagnare molti di questi grandi personaggi prima in patria (tra gli altri Salif Keita e i due Fanta Damba) e poi in Europa al fianco di Manu Dibango, Nagnanka Bell e altri). Dal 1993 vive sempre più spesso a Parigi ed è qui, a contatto con l’emigrazione maliana e africana in generale, che fonda il suo SEROTOUMOU (la parola significa regno o territorio, di tutti i Koita). Il gruppo diveniva il luogo dove, pur senza particolari dogmatismi, Koita torna a un registro puramente tradizionale in un contesto di musica d’ascolto, chiamando al suo fianco diversi altri goriots (uomini e donne ) maliani, ma anche altri artisti africani e francesi disposti a lavorare su un progetto da lui definito di “una formazione classica africana”.
AIRA YO, LES FRERES DEMBELE (Burkina Faso)
La famiglia Dembele è originaria del villaggio Piò, regione di Djibasso (nell’attuale Burkina Faso, ai confini col Mali),in una zona povera di risorse naturali e turistiche, dunque relativamente immune da influenze culturali estere. Ancor più di altre etnie Altovoltaiche quella Bobò Bwa (“Oule” in lingua Djoula), è storicamente nota per la fierezza con cui si è opposta ad ogni colonizzazione morale e materiale e costituisce uno dei nuclei più antichi di cultura tradizionale vivente. La famiglia Dembele costituita oggi da più di 50 elementi, tutti attivi musicalmente, appartiene da sempre alla casta dei griots. Da alcuni anni Brahima Poumajeli (“il grande griot”) Dembele vive e lavora a Firenze, impegnato in attività legate alle sue conoscenze tradizionali ma anche in tentativi di sintesi e confronti con musicisti di diversa estrazione. Da qui alcune riuscite collaborazioni, anche discografiche, e una presenza costante nella nostra area in ogni iniziativa di spessore legata alla musica africana.
Attraverso lui e ormai da oltre un biennio, il Centro Flog sta lavorando a una ricerca che coinvolge progressivamente tutta la famiglia Dembele, e che si è già concretizzata, oltre che in molte iniziative collaterali, in due edizioni di Musica dei Popoli e nella co-produzione, all’inizio di quest’anno di un CD audio di musiche tradizionali (“Aira Yo, la dance des jeunes griots”, Amiata rec. Arnr 1596). Souleymane e Adama rappresentano, ancor più di Brahima, l’ultimissima generazione Dembele “tutta africana”, sempre in moto tra il villaggio e le città (Abidjian e Ouadagoudou)tra identità tradizionali e nuovi ruoli musicali e sociali.
GABIN DABIRE’ TRIO (Burkina Faso)
Gabin Dabirè è nato in Burkina Faso da una famiglia di sangue reale del gruppo etnico Dagari e approda in Europa, prima in Danimarca e poi in Italia, alla metà degli anni ‘70, per completare gli studi superiori. Immediato il suo contatto con un ”area” musicale alternativa europea, le cui vie lo conducono fra il ‘77 e il ‘78 a lunghi soggiorni di studio in oriente, in India in particolare. Da allora l’Italia, e da molti anni l’area del Chianti, diventano la sua residenza stabile. Da qui continua le sue ricerche sui linguaggi tradizionali del suo continente d’origine (non solo su quelli musicali) e affianca all’attività di musicista quella di promoter culturale a tutto tondo. I lavori da lui pubblicati negli ultimi anni sono così non solo registrazioni musicali, peraltro significative, ma anche contributi di ricerca che collocano le tradizioni africane in un contesto più complesso di grande interesse.
FRATELLI DEMBELE’ (Burkina Faso)
Dopo l’esibizione in veste tradizionale (cfr. scheda del giorno 23), i fratelli Dembelè concludono questa serata con un set dedicato alla commistione linguistica maturata nel corso della loro esperienza fiorentina.
MILTON KWAMI POUR LE MOOB (Costa d’Avorio)
Milton Kwami appartiene all’etnia Allandian, del grande gruppo degli Akan. E’ originario del sud dell’attuale Costa d’Avorio e vive da molti anni in Italia. Prima a Roma, dove partecipa negli anni ‘80 all’esperienza “storica” dei “ Conga Tropical” (protagonisti del primo LP prodotto in Italia per un gruppo africano) e fonda poi un suo gruppo (“Akwaba”). Poi a Firenze, infittendo progressivamente la collaborazione con Ivoriani residenti a Firenze, in particolare con il gruppo degli “Africa X”. La sua ricerca attuale è dedicata a uno dei più tipici e noti ritmi della Costa d’Avorio, il “Moob”.
JUSTIN VALI TRIO (Madagascar)
Dal Madagascar, l’isola dalle mille facce e dai mille colori, l’isola rossa, patria del Bilo (voodoo malgascio) sorgono ricchezze musicali tuttora poco conosciute. Una musica meticcia, colorata, che sembra a volte familiare, perfino universale. Difatti, oltre al patrimonio insulare arricchitosi con la presenza di ben 18 gruppi etnici, a formare l’identità musicale di Madagascar hanno contribuito anche le influenze del sud-est asiatico, del Golfo Persico, del Sud-Africa e perfino della cultura francese e più largamente europea.
Justin Vali, discendente di una nobile genealogia di musicisti è uno dei più giovani esponenti della musica malgascia contemporanea. Suona il Kabosy(piccola chitarra a quattro corde) ma anche e soprattutto il Valiha, strumento nazionale per eccellenza, dal quale ha preso il suo nome d’artista: Vali. Cetra tubolare ricavata da un pezzo di bambù con 21 corde di metallo tese attorno allo strumento, il Valiha viene utilizzato sia nella musica popolare per l’accompagnamento del ballo o per il sostegno del canto che nell’esecuzione di musiche rituali (riti di possessione e purificazione, esorcismo, sedute terapeutiche...). Ritmi ancestrali e sperimentazione, dunque, sono gli elementi espressivi del Justin Vali trio, formazione che oltre al leader comprende Rombo Tovoarimino alla chitarra e Clement Randrianantoandri alle percussioni.
SAMIA BEGGA e Gruppo Emenn (Le Ballet Salya) (Algeria)
Samia Begga, che moltissimo successo ha riscosso in tutta Europa vive a Parigi ed è stata responsabile per la danza dell’Associazione Cultura Berbera. Giovane coreografa e ballerina, lavora con la sua compagnia, le Ballet Salya, sulla riproposta in chiave moderna delle danze popolari del Mahreb. “Au Village de Djeddi”, lo spettacolo che verrà presentato stasera è un viaggio, tra le diverse regioni dell’Algeria e le sue minoranze etniche , con le loro specifiche tradizioni culturali e la loro realtà musicale: danze urbane effettuate dalle donne in occasione di feste familiari, balli chaoui eseguiti solitamente per ringraziare Madre Natura della sua generosità, ritmi e danze kabyle, balli Saadaui, a cuiilpopolo algerino ricorre per danze d’amore e seduzione, e infine balli Tindouf e danze Tuareg.
MALIKA DOMRAN (Algeria)
C’è stato un tempo in cui la tradizione proibiva alle donne algerine di cantare in pubblico e c’è stato un tempo in cui il conflitto tra integralismo e mondo culturale ha impedito alle donne algerine di affermarsi. Malika Domran ha scelto di cantare e quindi ha scelto l’esilio per poter lavorare. E, come Chaba Fadela qualche anno prima, sceglie Parigi. Compositrice oltre che cantante, Malika stupisce per la sua particolare interpretazione della canzone kabyle, l’altro filone della canzone popolare algerina insieme al Rai. Discendente dal ceppo etnico berbero, il popolo kabyle, al quale appartiene Malika, è fiero ed orgoglioso e porta con sé la rivendicazione della propria identità. Da sempre oppressa, questa minoranza che abita una regione montagnosa ad est di Algeri, ricca di costumi, leggende e tradizioni antichissime, è da sempre costretta al silenzio: un popolo che denuncia il potere e cerca di riaffermare il valore della tolleranza e dell’Amazigh, l’uomo libero.
Un popolo una voce, quindi, che lancia un grido, un appello impregnato di amore, sensibilità e sensualità. La voce più accreditata di questo popolo è proprio quella di Malika Domran, che canta in berbero la condizione femminile e le problematiche ad essa legate nel suo paese, lo spirito e il cuore della Kabylie libera.
Francis Bebey (Cameroun)
Musiche dei Pigmei (Presentazione dei cortometraggi “Mbaso, il tempo del miele” e “L’ultimo dei Babinga”)
“Battere un tamburo con le nude mani non è solo suonare il tamburo. E’ ,in altre parole, toccare il suono, cioè ciò che è intangibile. Di qui, in certi casi di iniziazione al grado più alto, l’utilizzazione di questi strumenti musicali a scopo di divinazione: un uomo che può toccare l’intangibile può vedere anche l’invisibile. Ecco allora che improvvisamente un piccolissimo strumento lo straordinario potere che l’uomo gli ha conferito, quello di permettere agli occhi dello spirito di penetrare le profondità stesse del mistero della vita degli uomini del mondo intero. Le nostre musiche ripetitive, che lasciano perplessi gli occidentali, trovano proprio in questo la loro ragione di essere e la loro spiegazione. Ma, in fin dei conti, chi ha parlato di musica? E’ stato l’Occidente, appunto. E si è sbagliato, dal momento che nella mia lingua materna, non c’è termine per designare questa straordinaria organizzazione dei suoni, dei ritmi e dei movimenti del corpo attorno alla fede. Per noi negroafricani, tutto questo si chiama semplicemente vita”
Francis Bebey
ORNETTE COLEMAN meets MASTER MUSICIANS OF JAJOUKA (Marocco)
“Un sax nel deserto”
Raramente una singola persona riesce ad illuminare con la novità delle sue idee e della sua musica il cammino delle generazioni successive: questo avviene sicuramente con Ornette Coleman uno dei musicisti afroamericani più importanti del secolo.
Nato nel 1930 a Fort Worth, nel Texas, a 14 anni riceve in regalo dalla madre il suo primo sassofono contralto e poco dopo inizia a muovere i suoi primi passi nel mondo della musica. Dopo una serie di esperienze poco gratificanti in gruppi neri di “minstrels” e rhythm and blues si trasferisce a Los Angeles dove incontra il trombettista Don Cherry, il bassista Charlie Haden, i batteristi Ed Blackwell e Billy Higgins, insomma tutti coloro che in seguito avrebbero dato voce alle sue innovazioni musicali. Nel 1958 all’Hillcrest Club si esibisce, con scarso successo di pubblico, il quintetto di Paul Bley e Ornette ne fa parte insieme a Cherry, Haden e Higgins. La loro musica, avanzatissima per quegli anni, veniva bistrattata dal pubblico ma suscitava notevoli apprezzamenti in personaggi come John Lewis, del Modern Jazz Quartet ,dichiarò: “Ornette suona veramente qualcosa di nuovo, non ho mai sentito nulla di simile prima d’ora”. Seguono i primi ingaggi importanti e con questi l’incisione di una serie di dischi: Something Else!, Tomorrow is the question, The Shape of Jazz to come, Change of the century, fino ad arrivare nel 1960 all’incisione di Free Jazz che dà vita a quella “new thing” che segnerà una svolta radicale, destinata a cambiare nel giro di pochi anni la scena del jazz.
In seguito Ornette collabora con Scott La Faro, incide con l’orchestra di Gunther Schuller, rinnova il suo gruppo e mette insieme il trio con David Izenzon e Charnett Moffet, diviene polistrumentista affiancando al suo sax contralto l’uso (anche in questo caso innovativo) della tromba e del violino, compone colonne sonore,, incide con Yoko Ono e Jackie Mc Lean, comincia a comporre partiture orchestrali e ad applicare i principi della sua teoria musicale, l’Armolodia, anche a larghe formazioni.
Inizia anche ad inserire nei suoi gruppi la chitarra elettrica, prima occasionalmente con Jim Hall, poi con James Blood Ulmer: è solo il preambolo della nuova svolta nella musica di Ornette, che prende corpo alla metà degli anni ‘70 con la sua Prime Time Band, un gruppo elettrico, che nella sua formazione tipo diviene un doppio trio con due chitarristi, due bassisti, e due batteristi e che lo accompagnerà con qualche aggiustamento di organico fino agli anni ‘90.
Sempre all’inizio degli anni ‘70 inizia ad interessarsi alla musica tradizionale, in particolare di quella africana e indiana. Risalgono a quel periodo le prime esperienze con i Master Musicians of Joujouka, ascoltati da Ornette dal vivo per la prima volta al leggendario Festival Panafricano di Algeri all fine degli anni ‘60. Nelle forme musicali e nelle improvvisazioni catartiche del gruppo Ornette ritrova le basi ancestrali di tutta la sua musica. le radici di tutto l’universo musicale afroamericano. Non solo una suggestione che spinge Coleman a tentarne la fusione con la propria musica; nel ‘72 incide con il gruppo di Attar materiale sufficiente a riempire (pare) ben tre LP, che la Columbia si rifiuta di pubblicare. Solo un piccolo estratto della lunga seduta di incisione finirà nell’album Dancing in your head (1975) per un’altra etichetta.
Negli ultimi anni lo vediamo a fianco del figlio, Denardo, a capo di una società, la Harmolodic, con all’orizzonte non solo grandi progetti discografici ma anche collaborazioni con nuovi musicisti: sono già usciti ben tre nuovi dischi, uno della rinnovata Prime Time Band (Tone Dialing) e due che lo vedono, per la prima volta dal 1958, in un gruppo acustico a fianco di un pianoforte. I due volumi di Sound Museum sono infatti incisi insieme a una ritmica con il piano di Geri Allen, e con i due musicisti che lo accompagneranno anche nel concerto di Firenze: Charnett Moffett al basso, e Denardo Coleman alla batteria. E’ alla testa di questo straordinario trio che Ornette ha accettato per Musica dei Popoli di scrivere un nuovo capitolo della sua avventura musicale. Un evento in esclusiva mondiale, realizzato grazie al sostegno della Regione Toscana tramite TOSCANA MUSICHE (cui afferiscono Centro Flog e Metarock); avrà anche una prestigiosa anteprima al Festival di Taormina; una serata davvero speciale, nella quale Ornette sta per fondere la musica armolodica con il fluire dell’energia millenaria dei Master Musicians of Jajouka. Un incontro importante che Musica dei popoli intende articolare nei prossimi anni, favorendo l’incontro della originale arte di Ornette con le più svariate culture musicali, preparando e arrangiando un nuovo repertorio.