1995: XX Edizione

1995: XX Edizione

Chaba Fadela & Cheb Saharaoui (Algeria)
L'Africa delle donne: Mouna Amari, Sonia Laaraisi, Sarah Carrere, Florida Uwera (Tunisia, Senegal, Rwanda)
Ambrogio Sparagna (Italia)
John Zorn & Masada (USA)
Tazenda (Sardegna)
Monaci del Monastero di Sera Me (Tibet)
Tenores di Bitti (Sardegna)
Alberto Balia e Caterina Bueno (Italia)
Nishat Khan & Ensemble Gilles Binchois (Francia)
Sainkho Namtchylak (Tuva - Siberia)
Lucilla Galeazzi Group (Italia)
Alan Stivell (Francia)
Famiglia Dembelè (Burkina Faso)

Chaba Fadela & Cheb Saharaoui (Algeria)

Chaba Fadela è forse l'ultima erede di un patrimonio popolare che, dal deserto al mediterraneo, si tramandava senza che nessun dogmatismo nè religioso nè di stato nè scolastico potesse interferire a frenare il bisogno di cantare tutto, compreso il "proibito". Eredità scomoda, lasciatagli dalle poetesse, dette "cheikhates", depositarie incoscienti di uno degli immaginari più libertari e sovversivi, quello dei nomadi e dei beduini, che ha nel ritmo, e nella gestualità connessa, la particolare caratteristica.

Chaba Fadela è arrivata al successo alla fine degli anni '70, col grandissimo successo del suo "Ana Ma H'lali Ennoum" (Non mi va più di dormire), che stabilì come sarebbe stato il futuro della musica rai nell'era del sintetizzatore. Fadela, che aveva iniziato ad esibirsi nel circuito dei clubs e dei cabarets delle città costiere, divenne presto una celebrità a livello nazionale. Nel 1983 ha sposato Cheb Sahraoui, e gli impegni familiari l'hanno tenuta lontana dalle scene per due anni. Nel 1985 vi ha fatto ritorno, in duo con il marito. La canzone "N'sel Filk" è stata incisa nella città di Tlemcen, nell'Algeria occidentale, dove i produttori Rachid Baba e Fethi avevano iniziato a sviluppare l'elegante sound contemporaneo, con una tecnica in cui la parte cantata, sempre improvvisata, viene registrata prima di aggiungere l'accompagnamento musicale. Rachid, fino alla sua morte, avvenuta nel febbraio del 1995 per mano dei fondamentalisti, preferiva registrare la voce da sola prima ed in un secondo tempo l'arrangiamento strumentale, temperato dal shynthe. Nel 1984 compose proprio con Saharaoui il brano "N'sel Filk".

Fadela e Saharaoui sono riparati in Francia dopo la morte di un altro idolo emergente, Cheb Hasni, comprendendo appena in tempo la pericolosità di rappresentare l'opinione (raï) del popolo in quanto semplicemente idoli non asserviti di un pubblico giovane. Ma il loro rai non si è fermato ed ora hanno affidato la produzione del loro ultimo album "Ouali" (Fortuna) ad un newyorkese già arrangiatore innovatore di Fela Kuti: Bill Laswell, in nome di una produzione algerina che cerca di stare al passo dei tempi occidentali senza svendersi (per ora) ad una multinazionale.

 

L'Africa delle donne: Mouna Amari (Tunisia), Sonia Laaraisi (Tunisia), Sarah Carrere (Senegal), Florida Uwera (Rwanda)

Mouna Amari, cantante e liutista tunisina, si è formata presso il Conservatorio di Tunisi dove si è diplomata nel suo strumento e in musica araba. Nella seconda metà degli anni '80 suona in diverse orchestre tunisine ed approfondisce la musica vocale dirigendo il coro infantile della città di Mahdia, cantando con la Troupe des Jeunes de Monastir, con l'orchestra del patrimonio musicale di Sfax e con quella della gioventù musicale di Tunisi. Agli inizi degli anni '90 crea e dirige il gruppo di strumenti a corda della città di Mahdia e, dopo esperienze di musica di scena, comincia a lavorare per la televisione del suo paese con recitals, adattamenti e interpretazioni di musiche tradizionali. E' proprio alla televisione che entra in contatto con la cantante senegalese Sarah Carrere, al cui fianco lavora a lungo sui rapporti strumentali e vocali tra le rispettive tradizioni musicali. Negli anni più recenti effettua numerosi tours in patria e in Francia, affermandosi sia come strumentista che come cantante in diversi festival di musiche tradizionali. Molto significativo è l'incontro con il musicista, musicologo e poeta camerounense Francis Bebey, avvenuto nell'estate del 1994 in occasione del festival di Cartagine, quando i due hanno animato insieme una serata di solidarietà con i bambini del Rwanda.

Florida Uwera, principessa rwandese in esilio dal 1959 a Bujumbura (Burundi), autrice, compositrice e grande interprete di musica tradizionale del suo paese, è stata iniziata fin da piccola al canto e alla musica in occasione delle veglie che la famiglia reale organizzava per le cerimonie ufficiali e durante le quali ha avuto l'opportunità in un primo tempo di ascoltare Kerekesi, il più importante chitarrista del Rwanda e poi di cantare in privato accompagnata da lui stesso. Con il fratello maggiore Gèrard Rwigemera, compositore di fama, ha formato per molti anni un duetto, interpretando melodie tradizionali ibihizo (d'amore) e canti ibyivugo (d'elogio). La sua voce particolare è considerata dal suo popolo come "il frutto di parecchie generazioni". Nella sua carriera si è spesso ispirata alla musica dei pigmei Batwa da lei considerati i musicisti per eccellenza.

Sonia Laraissi, appena quindicenne, è considerata la voce prodigio della musica araba. I suoi vari successi nei festival musicali arabi e nelle apparizioni televisive l'hanno fatta scegliere dalla cineasta Moufida Tlatli per interpretare le canzoni del suo film "Il silenzio dei palazzi". Presentato a Canes nel '94, il film di Moufida guadagna il consenso del pubblico e della critica, e la voce della giovanissima cantante cattura l'attenzione e l'ammirazione di tutti, orientali e occidentali.

 

Ambrogio Sparagna (Italia) La Via dei Romei

Ambrogio Sparagna, musicista squisito, ricercatore, fondatore della prima scuola italiana di strumenti popolari, autore di opere particolarissime, sembra finalmente aver raggiunto la meritata popolarità: la partecipazione al concerto napoletano in piazza Plebiscito, dove con la sua orchestra ha accompagnato Lucio Dalla nella parte più convincente della serata, ne è solo la più recente testimonianza. "La via dei Romei" è una fiaba musicale che ricalca gli stilemi dell'opera buffa in chiave ovviamente popolare. Ulteriore prova del suo originalissimo teatro musicale, narra le vicende di due furfanti che all'epoca della controriforma depredano i pellegrini in viaggio verso Roma e che decidono di recarsi a loro volta nella città "dalle cupole d'oro". Saranno guidati da Chiarastella, magica visione e stella variabile che indicherà loro  il cammino. Chiara l'allegoria al nostro tempo e alle sue seduzioni di miglioramento materiale della condizione umana e trasparente la scrittura di Sparagna, autore dei testi oltre alla partitura musicale. Ad accompagnare Sparagna e i suoi organetti un gruppo di sette elementi, con Lucilla Galeazzi (Chiarastella) voce solista e un coro di 21 elementi.

 

John Zorn & Masada (USA)

John Zorn si presenta con i Masada, il gruppo del quale è uscita recentemente una vera e propria tetralogia discografica. Il nome fa riferimento al villaggio ebraico che ha resistito all'assedio romano, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel 70 d.C., e che preferì il suicidio di massa alla capitolazione. Un chiaro riferimento alla cultura ebraica e alla sua inespugnabile "resistenza" che sul piano musicale si traduce nella sopravvivenza del klezmer, il corrispettivo della magica epopea di certa letteratura yiddisch, specie per la commistione con le tradizioni dell'est europeo. Esperto del settore il trombettista del gruppo, Dave Douglas, collaboratore di Brad Schoeppach e Nabila Schwab, che ben si adatta all'amalgama del gruppo completato da Greg Cohen al basso e Joe Baron alla batteria. Per Zorn un ritorno a disegni armonici più tranquilli dopo le incursioni hard delle ultime esperienze (che svariavano dalla musica per i cartoon al trash giapponese) ma anche un territorio ideale per i suoi "blob" musicali.

 

Tazenda (Sardegna)

"Ormai a questa candela resta poco da bruciare/ solo una piccola luce per un valzer da strisciare/Pensi che staranno bene in questa canzone/un computer americano e le launeddas di Muravera". Quasi un manifesto, tratto da "Le danze del XX° secolo", contenuto nell'ultimo disco dei Tazenda FORTZA PARIS (a sua volta antico motto indipendentista sardo). Canzone manifesto dunque, per la quale Enrico Ghezzi ha realizzato un anomalo videoclip "in stile blob", di un disco a sua volta manifesto per questo gruppo originalissimo. Nati nel 1987, mutuando dalla "Tetralogia della fondazione" di Isaac Asimov il proprio nome, i Tazenda si distinsero da subito nel panorama italiano per l'originalissima impostazione musicale e per l'uso del dialetto: una formula a cavallo tra canzone d'autore e rock, tra radici popolari e sperimentazione. Non è solo casuale che sia Fabrizio De Andrè l'anfitrione di questi tre squisiti musicisti (Andrea Parodi, voce solista; Luigi Marielli, chitarre  e cori; Gigi Camedda, tastiere e cori) che li vuole con sé per l'album "Le Nuvole" e con i quali firma la bellissima "Pitzinnos in sa gherra" (Bambini di guerra) presentata nel '92 a Sanremo . Il cantautore genovese, che già dai tempi di "Creuza de Ma" aveva individuato una strada tutta italiana dell'etnomusica, non è il solo estimatore dei tre giovanotti sardi: sempre nel territorio italiano trovano un valido collaboratore in Pierangelo Bertoli, con il quale interpretano l'indimenticabile "Disamparados", tra l'altro Premio Tenco quale migliore canzone in dialetto.

In campo internazionale ricevono i complimenti di Little Steven, dei Simple Minds e di Sting, artisti dei quali hanno aperto le tournée italiane. Sempre impegnati sul versante della canzone popolare della propria terra, della quale avevano già offerto un bellissimo saggio in "Nineddu mio" e in quest'ultimo disco in "Procurade de moderare" (storicamente riconosciuta quale la prima canzone politica di protesta in Italia) i Tazenda coniugano in modo esemplare tradizione e ricerca, "computer e launeddas", appunto; la loro contaminazione di generi, oltre ad una virulenta dose di sincerità isolana, contiene forse più di tante filologiche restaurazioni con pretese di autenticità, il vero spirito popolare, che parla direttamente la lingua dei giovani senza tradire la specifica provenienza , profumata di mirto e miele, un dolce-amaro che racconta la Sardegna più di tante parole.

 

Monaci tibetani del Monastero di Sera Me (India)

Lo spettacolo proposto dai monaci del monastero di Sera Me è molto ricco e comprende una serie di danze effettuate con costumi particolarmente colorati e su sonorità che provengono da antichi canti e preghiere. Le musiche sulle quali si svolgono  le danze sono suonate con vari strumenti, lunghe trombe, cimbali, campane, tamburi e piatti. Il suono stesso che i monaci producono con il loro canto deriva da un antico metodo tibetano, che consiste nell'usare la cavità orale con effetti inusitati. Le danze celebrano in special modo gli animali sacri del buddismo tibetano: il leone delle nevi, lo yak e il cervo, nonché  la storia e le leggende di quella cultura. I dieci monaci di Sera Me sono diretti dal Lama Kyabje Gosok Rinpoce, una delle personalità più importanti della tradizione monastica detta "ghelugpa".

Il Tibet sta subendo un processo di "cinesizzazione" forzata, iniziato nel 1951 con l'occupazione del suo territorio da parte della Cina e continuato negli anni 60 e 70 con la profanazione e la distruzione di molti monasteri e luoghi sacri, operazione che ha messo in pericolo la sopravvivenza della specificità della cultura e della tradizione tibetana. E' noto soprattutto il caso  del Dalai Lama (premio Nobel per la Pace) capo spirituale e temporale dei tibetani, a suo tempo profugo in India. Proprio per tali motivi i Monaci di Sera Me arrivano in Italia, grazie alla collaborazione tra vari enti pubblici e privati, associazioni di volontariato e con il sostegno di varie personalità tra le quali il regista Gabriele Salvatores.

 

Tenores di Bitti(Sardegna) 

I Tenores di Bitti, gruppo "Remunnu 'e Locu", sono nati nel 1974. Il gruppo è composto da: Daniele Cossellu, 63 anni, il suo ruolo è quello di "Oche" e "Mesu Oche"(voce solista e mezza voce);Tancredi Tucconi , 64 anni, "Contra "(controvoce gutturale); Mario Pira, 31 anni, "Bassu" (Bassu gutturale);Piero Sanna, 54 anni, "Oche" e "Mesu Oche". I Tenores de Bitti sono i maestri riconosciuti di un'arte vocale millenaria: il canto a tenores. Non solo per il rigore della loro ricerca e per il rispetto della tradizione più autentica, ma anche perché considerati da venti anni la perfezione in questo tipo di canto. Circondati in Sardegna da una reputazione quasi leggendaria, insigniti di decine di premi, studiati ed ammirati da i più  importanti  etnomusicologi, i Tenores de Bitti hanno cantato con grande successo in tutto il mondo ed hanno collaborato con musicisti del calibro di Lester  Bowie ed Ornette Coleman, affascinati dalla loro bravura. Recentemente, in Inghilterra, il gruppo  ha inciso l'ultimo CD per la Real World di Peter Gabriel. In questa occasione i Tenores hanno partecipato, con un loro pezzo, all'incisione di un CD-ROM insieme ai migliori musicisti  e cantanti tradizionali del mondo. Il canto a  tenores, tipico dell'area barbaricina del centro della Sardegna, è una delle forme polivocali tradizionale più nobili ed affascinanti del Mediterraneo. Di origine antichissima e misteriosa, così come l'origine stessa del popolo sardo e delle sue ricchissime forme musicali, ancor oggi sopravvive nella sua forma e nel suo repertorio canonici. Quattro sono le voci : hoche, contra, mesa'oche, bassu. Impiegando il loro timbro gutturale ed usando degli inconfondibili salti d'intonazione, i Tenores interpretano muttos, ottave, battorinas, terzine, canzoni a ballo, e rime improvvisate seguendo uno schema in cui  la voce conduttrice (hoche) svolge il motivo musicale mentre le altre tre voci  intervengono subito dopo con un modulo musicale caratterizzato da una forte scansione ritmica su sillabe tipiche, prive di senso logico. Profondamente diverso da ogni altro stile polivocale italiano, il canto a tenores soprattutto nella impostazione delle voci basse sorprendentemente ha caratteri analoghi nella musica indigena dell'Oceania e dell’Africa.

Alberto Balia e Caterina Bueno (Italia) 

Chitarrista, compositore e ricercatore di musica popolare, Alberto Balia nasce a Santadi (CA) nel 1954 e si avvicina alla musica all'età di dieci anni suonando il clarinetto, strumento  che trova in casa in quanto suonato da suo padre. Dopo un'attività giovanile nei gruppi di musica pop e soul che si formavano all'inizio degli anni '70, si trasferisce a Firenze dove matura il definitivo e profondo contatto con la musica etnica. Qui conosce la cantante Caterina Bueno e con lo spettacolo "Il trenino della leggera" inizia la propria attività professionale come chitarrista accompagnandola in numerosi spettacoli in Italia e all'estero. Con il lavoro di ricerca sulla realtà musicale della sua regione, che confluisce nello spettacolo "Ed ora il ballo", si afferma definitivamente come concertista. Nel 1980 inizia a collaborare con il cantante sardo Enrico Frongia. Nell'85 contribuisce alla nascita di Ritmia, una delle formazioni più innovative del panorama italiano nella rielaborazione della musica popolare, con la quale partecipa alle più importanti rassegne del settore in Europa e Canada. Dall'86 all'89 collabora con il gruppo Sonos. Parallelamente è impegnato in progetti jazzistici (con il Riccardo Lay Quartet e nel musical "Far away wave" con Lester Bowie nella tournée australiana e Don Cherry per quella italiana). Partecipa inoltre ad Abbanegra e al gruppo Nurages, entrambe tendenti ad esaltare il ruolo della chitarra e il patrimonio isolano. Nel 1994 forma un trio a suo nome, con Alessandro Zolo al basso e Marco Malatesta alle percussioni e, nel 1995, partecipa all'esordio della "Emmas World Orchestra". Il suo stile, sia nella composizione che con lo strumento, rivela una passione melodica che trae origine da suoni e ritmi ambientali all'origine dell'etnofonia. Attraverso l'improvvisazione, filo conduttore della sua ricerca, convergono gli stili della chitarra moderna e le "trasposizioni" del repertorio delle launeddas. Caterina Bueno, oltre ad essere la dedicataria di una delle più belle canzoni di Francesco De Gregori (a lei corre il desiderio di "volare sopra i tetti di Firenze") è una delle più versatili interpreti della tradizione popolare toscana. Ha partecipato all'irripetibile esperienza dei "Dischi del Sole" e allo spettacolo di Dario Fo "Ci ragiono e ci canto". Con Alberto Balia aveva confenzionato il folgorante "E ora: il ballo", una summa delle canzoni a ballo del centro sud e della Sardegna.

 

Nishat Khan & Ensemble Gilles Binchois (India/Francia) Meeting of Angels

L'idea di un incontro "ecumenico" fra il canto gregoriano, interpretato ai massimi livelli in tutta la sua purezza da uno dei gruppi che hanno fatto scuola nell'interpretazione gregoriana, e la musica classica dell'India del Nord, attraverso l'interpretazione e le improvvisazioni di Ustad Nishat Khan, maestro del sitar, discendente della famosa famiglia di musicisti Sufi che conta anche personaggi mitici in India quali Imrat e il suo nonno Vilayat Khan, è venuta a Matteo Silva che ha prodotto anche la registrazione del progetto che uscirà entro breve su Compact Disc per l'Amiata Records.

Alcuni dei brani più belli ed interessanti del repertorio gregoriano, quali “Statuit ei Dominus”, “Dominus illuminacie mea”, “Tibi dixit” e “Reminiscere Dominum”, e i bellissimi versetti alleluiatici quali “Excita domine” e “Pasha Nostrum”, vengono così presentati dall'Ensemble Gilles Binchois diretto dal maestro Dominique Vellard (con Anne Marie Lablaude, Brigitte Lesne, Raphael Boulay e Vellard a completare il quartetto).

Insieme a Nishat Khan creano un unicum trascendente per purezza ed originalità. Ricercando e documentandosi su questi temi, Matteo Silva ha in seguito scoperto che alcune scuole musicologiche ed alcuni esperti di canto gregoriano, quali Padre Bonifacio Baroffio dell'Istituto Pontificio di Musica Sacra a Roma, sostengono che l'origine delle modalità gregoriane si possa  trovare nei principali raga indiani, tesi sulla quale sono stati pubblicati alcuni saggi e dissertazioni.

Sainkho Namtchylak (Tuva - Siberia)

Sainkho Namtchylak (altre grafie vogliono Namchalak o Namchylak), proviene dalla ex-Repubblica sovietica di Tuva, nella Siberia Meridionale, ai confini con la Mongolia, dov'è nata nel 1957. Considerata dagli intenditori una Diamanda Galas orientale, di strabilianti potenzialità espressive e vocali, Sainkho ammette le più disparate influenze ed ascendenze, segnatamente quelle della mitica Yma Sumac. L'unica forma di notorietà nel nostro paese se l'è conquistata (suo malgrado) grazie a Patty Pravo che nel suo recente "Ideogrammi" ha ricalcato un brano tradizionale che Sainkho aveva inciso nel 1989.

Vale dunque ripercorrerne succintamente la biografia: di origini nomadi, è cresciuta in un villaggio, educata dalla famiglia di un insegnante, ed ha quindi studiato musica classica. Rifiutata successivamente dal locale Comitato Filarmonico, si reca a Mosca per poter completare gli studi musicali, interessandosi contemporaneamente della vocalità dei lama e degli sciamani siberiani nelle musiche sacre, così come degli stili tuvanesi e mongoli, che utilizzano particolari tecniche di emissioni tramite la gola e con l'uso di sovratoni (difonia). Come cantante legata alla tradizione etnica si esibisce dal 1986 in Europa, Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti, Canada, ecc.. Dal 1988 si interessa si improvvisazione , lavorando con la propria formazione, il "Tri-O" di Mosca e col Vasiliev Theatre, cercando di trasferire caratteri etnici all'interno della musica improvvisata. Nel 1990 si esibisce al New Music Festival Munster, poi a Lucerna, Nichelsdorf, ecc. Collabora con Conny Bauer, Irene Schweizer, Georg Graf, Peter Kowalski, Andreas Wollenweider, Butch Morris, Ninh Le Quan , ma soprattutto con il geniale arrangiatore Hector Zazou (che le produce un bellissimo disco per Crammed Disc) sia in concerti che in incisioni, e si esibisce anche in concerti per sola voce. Da segnalare il sorprendente crossover culturale costituito dal duo con il polistrumentista Ned Rothenberg, con il quale ha compiuto un'entusiasmante tournèe americana. Tuttora un oggetto sconosciuto ai più in Europa Occidentale, la vocalità di Sainkho Namtchylak non possiede apparentemente nessuna sorta di limite tecnico, risultando in ogni sua performance un evento sconvolgente e penetrante, la cui provenienza sembra risalire agli albori dell'umanità giungendo tuttavia intatta sino ad oggi.

 

Lucilla Galeazzi Group (Italia) Cuore di terra

“Cuore di terra” è un progetto per uno spettacolo di musica popolare e di canzoni d'oggi ideato dalla cantante Lucilla Galeazzi in collaborazione con Massimo Nardi (chitarre), Carlo Mariani (launeddas) e Nicola Raffone (batteria /percussioni): è dedicato a tutti quei musicisti che non compariranno mai in nessuna antologia o storia della musica perchè appartengono , per cultura e censo, alla musica orale.

Ciononostante, loro hanno veramente fatto la storia della musica delle classi popolari: per molto tempo sono stati essi stessi "la musica", cioè l'unica possibile, fruibile, da imitare, da imparare. A tutti questi maestri "di vita", che hanno permesso d'esplorare il loro continente musicale, a volte piccolo ma mai banale, seconda la Galeazzi deve andare la  nostra gratitudine. Nello stesso tempo, è grande il desiderio di avere con la musica lo stesso rapporto di indispensabilità, di unita tra il passato e il presente. Per questo in “Cuore di terra” strumenti antichissimi come le launeddas sarde di Carlo Mariani, portatrici di tanta storia e cultura, s'incontrano con la chitarra "unica" e moderna (9 corde) ideata da Massimo Nardi, con le percussioni e la batteria di Nicola Raffone e con la voce antica/moderna di Lucilla Galeazzi. “Cuore di terra” vuole essere testimone di questo nostro tempo "sospeso" tra il profondamente arcaico e il possibile futuro,

 

Alan Stivell (Bretagna - Francia) Brian Borou

Nella Bretagna (nord-ovest della Francia) si stanziarono i Celti, tra il V e il VI secolo, in seguito all’invasione della attuale Gran Bretagna da parte degli Anglo-Sassoni. La lingua bretone sopravvive in molte aree della Bretagna, e i Bretoni hanno mantenuto molte delle tradizioni che li accomunano ai cugini irlandesi, scozzesi, gallesi, asturiani e galiziani.

La leggenda di un risveglio di identità, che può avvenire anche dopo secoli, si incarna con Stivell e la sua folk-rock band: i Celti che ritrovano la loro forza, la magia di incantare nel 1972 un Olympia strapieno per accogliere il bretone. Un'onda che scoppiò comunque in tutta Europa, con un milione e mezzo di copie vendute di quell'incantesimo "live" dell'Olympia. Stivell appare sulla scena negli anni Sessanta e irrompe nel panorama musicale internazionale con la sua hit “Renaissance of the Celtic Harp”; nell'ultimo disco di "Brian Boru", Stivell è coerente col calarsi nella tecnologia, nell'estetica cosmopolita, fatta di colori, di strumenti e dell'esperienza apportata dalle musiche etno-popolari.

Anche i generi cantati da Stivell sono tutt'altro che retorici, ma variano dal combattivo all'impeganto, toccando il mistico, il trasgressivo "etnico", il ballabile, toccano gli estremi aspetti dell'umanità in senso universale. Non si può dare un appellativo ("nuovo folk") a chi non ha mai cessato di aprire le porte, soffiando idee evolutive di una musica urbana aperta all'infatuazione etnica. mai in nome del tradizionalismo regionalista folklorico , ma da parte di un cittadino del mondo. Stivell, insomma, è stato tra gli iniziatori di un movimento che va dall'etno-pop al pop-rock, a cui ha aggiunto "elementi atemporali ed eterni" a cui tutti i popoli e tutte le razze del mondo sono sensibili, di una bruciante attualità che niente ha a che vedere con la moda.

 

Famiglia Dembelè (Burkina Faso)

La famiglia Dembelé proviene dal villaggio di Djibasso, nel sud del Burkina Faso (ex Alto Volta), nella fascia sub-saheliana dell'Africa Occidentale. Questa zona povera di risorse naturali e poco frequentata dai turisti, grazie all'isolamento geo-culturale, è rimasta in buona parte immune da influenze esterne. Non è facile trovare un microcosmo perneato sulla tradizione orale come quello rappresentato dalla famiglia Dembelé che, sebbene costretta in parte all'emigrazione nella vicina e più ricca Costa d'Avorio, abbia perpetuato il proprio stile di vita e le proprie tradizioni. Piano Dembelé, zio di Brahima, vive rigorosamente all'interno delle regole tradizionali, al villaggio con le sue mogli e figli in una casa costruita e regalatagli dalla comunità, in cambio della sua attività di musicista, necessaria alla perpetuazione dei rituali sociali e religiosi. Mariam Sanogò, madre di Brahima, e il cugino Souleymane vivono alla periferia di una metropoli - Abidjan - in un momento di passaggio dunque fra tradizione e modernità. Brahima Dembelé dal padre Boawetian e dallo zio Piano ha appreso l'uso del balafon, dallo zio Tofio l'arte della kora, ma, ancora dallo zio Piano e soprattutto dalla madre Mariam, il canto. A 15 anni Brahima ha poi scelto, con logica tutta individuale e moderna, di dedicarsi al tamburo djembé, e per questo ha vissuto a lungo nelle case-scuola dei maestri in Costa d'Avorio e in Burkina Faso. Diventato maestro a sua volta, il suo allievo più promettente è un piccolo griot di 10 anni, il fratellino Adamà. Oggi vive e lavora in Europa dove ha formato il gruppo "Griot Metropolitain" i cui brani tradizionali sono spesso sviluppati fino a fusioni sperimentali con gruppi europei. Quella della famiglia Dembelé è invece una esposizione rigorosamente tradizionale di brani matrimoniali e di intrattenimento normalmente eseguiti in contesti di festività sociali e religiose rurali.


 

 

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