"DANZAMUSICA"
Anteprima MdP'94
Guy Klucevsek (Usa)
L.C. Donatto & The Zydeco Slippers (Louisiana - Usa)
Riccardo Tesi (Italia)
Baaba Maal (Senegal)
Griot Metropolitain (Costa d'Avorio)
Cheikha Remitti (Algeria)
Klezmatics (Usa)
Santino Spinelli Alexian Q. - Paco Suarez y el grupo Matipen (Italia/Spagna)
Farafina (Burkina Faso)
I Dervisci Rotanti di Damasco (Siria)
I Tarantolati di Tricarico (Italia)
Guy Klucevsek (Usa)
Guy Klucevsek, quarantottenne musicista newyorkese, ha creato un originale repertorio per fisarmonica che raccoglie sue personali composizioni e oltre 50 brani ideati da altrettanti compositori tra cui John Zorn, Louis Vierk, Somel Satoh, Fred Frith, Alvin Lucier, Mary Ellen Childs, William Duckworth, Anthony Coleman, John King, Stophen Montague il Kronos Quartet, con i quali ha condiviso esperienze discografiche e concertistiche. Il repertorio proposto ripercorre un viaggio dalla polka al tango tradizionali passando per il jazz e la musica contemporanea. Dopo lo strepitoso progetto del 1987, "Polka From The Fringe", due Cd dedicati ad un excursus sul ballo popolare, tra tradizione e improvvisazione, divertimento e ricerca, Klucevsek ha girato tutto il mondo con il suo gruppo Aint't Nothin' But A Polka, riscuotendo ovunque calorosi consensi. Non ci sono molte incisioni che si ispirano a Mahler, così come a Dvorak, a "Salt Peanuts" e alle polke, a spirituals e tanghi, a canzoni sull'unione del Sudafrica, così come a walzer, sambe e musica zydeco; con il Cd "Manhattan Cascade" (1992), Klucevsek tocca tutte queste varietà musicali con uno "strumento-solo" di per sè ricco di tradizione: la fisarmonica.
Inventata nel 1820, la fisarmonica è meglio nota come strumento per la musica popolare, e Guy Klucevsek ha iniziato le sue prime esperienze musicali con le tradizioni popolari slovene; cresciuto in una comunità slovena in Pennsylvania (Usa), fin da bambino ha suonato in molte bands di polka. Ma il suo genio musicale si è presto evoluto creando un nuovo stile nel suonare la fisarmonica, una sorta di esperanto musicale dalle mille influenze: melodie impegnate e frivole, arabeschi di note, il fraseggio ipnotico del primo minimalismo, i registri bassi dei bordoni sottolineati dai registri alti a ricordare le cornamuse scozzesi e la musica per fisarmonica bulgara. Considerato l'accordeon più affascinante sulla scena della New Music, Guy Klucevsek si presenta a Firenze per una solo-performance destinata a lasciare il segno per l'originalità e il ritmo vitale che la caratterizzano.
L.C. Donatto & The Zydeco Slippers (Usa)
La Louisiana, assieme al jazz, ha originato uno stile musicale regionale proprio, non lontano da New Orleans, nella zona del Bayou, pianura paludosa e tuttora abitata dai Franco-Canadesi che si stabilirono in quella zona all'indomani della capitolazione di Quebec ai Britannici. Il paese che lasciarono alle spalle era chiamato "Acadia", e con il tempo il loro appellativo "Acadian" divenne Cajun.
Oggi la musica dei francofoni della Louisiana si distingue in due stili di "colore" diverso: il cajun, in cui compare il violino con la fisarmonica accompagnante, spesso con l'aggiunta di un triangolo, e il zydeco, dalla pronuncia patois della canzone tradizionale "Les Haricots N'ont pas Salé", in cui la fisarmonica è generalmente lo strumento melodico e tra le percussioni figura l'asse da lavare (rubboard) come idiofono a frizione. Lo zydeco, suonato da virtuosi fisarmonicisti, è una curiosa mistura di rhytm'n'blues, rock'n'roll, valzer, musica caraibica ed è cantato sia in inglese che in francese.
L.C. Donatto, cantante fisarmonicista e leader del gruppo, ha iniziato giovanissimo a suonare apprendendo l'uso dello strumento dalla nonna. Possiede una sua personale e rigorosa convinzione su questa musica: «Il vero zydeco si suonava con la fisarmonica, violino, rubboard e triangolo. Io ho tolto il violino e aggiunto la batteria e la chitarra, ma non uso i fiati perchè non vanno bene con lo zydeco». Gli Zydeco Slippers sono una delle band più popolari e richieste per le grandi feste all'aperto e nelle balere; nonostante il grande successo, vengono considerati uno dei gruppi zydeco più genuini. La conferma è stata data dalla loro prima apparizione europea al Blues Estafette olandese del 1989, dove hanno raccolto ampi consensi tra il pubblico. Il gruppo è composto da Alcide Donatto Senior (fisarmonica), Sherman Thomas (chitarra), Gerald Bates (batteria) e Joseph Shirley Bruno (rubboard).
Riccardo Tesi (Italia) "Taca, Zaclen!"
La musica da ballo romagnola ha origine nella seconda metà dell'Ottocento imitando lo stile dei valzer, polke e mazurke mitteleuropei: attingendo direttamente dagli spartiti di famosi autori viennesi (Lanner, Strauss, Labitzky, ecc.), dai ritmi di danza presenti nelle operette francesi di Jacques Offenbach e Charles André Lecocq, oppure affidandosi alla creatività di qualche musicista-compositore che ad essi si rifaceva. Una musica, quindi, che non ha nessun legame con il patrocinio di balli folklorici presenti sino a quel momento in Romagna (trescone, saltarello, manfrina, ecc.) anche se alcune delle prime orchestre mantennero nel loro repertorio alcuni di questi balli. Il processo di identificazione della Romagna nei valzer, polke e mazurke fu indotto ed iniziò durante il Ventennio fascista per rispondere alla necessità e all'orgoglio di avere autonome radici musicali. In realtà questi nuovi balli seppellirono definitivamente quelli autenticamente popolari di cui non rimase traccia.
Attorno agli anni '20-'30 di questo secolo, le orchestre da ballo romagnole introdussero la voce fino a quel momento inesistente, poi alcuni strumenti musicali provenienti dall'America e segnatamente dal jazz (batteria, sax, banjo, ecc.). Ancor più marcata questa influenza si manifestò negli anni '40. Negli anni '50 e '60 la musica da ballo romagnola divenne un genere musicale conosciuto anche al di fuori della regione, le chitarre divennero elettriche, i testi delle canzoni si adeguarono ai tempi, le occasioni per ballare non erano più i soli veglioni di carnevale o della stagione dei bagni. Gli anni '70 e '80 videro crescere le orchestre-spettacolo dove la musica romagnola era parte di un grande spettacolo di intrattenimento danzante ispirato alla tradizione, alla nostalgia e alla retorica. Insomma, la musica da ballo romagnola deve essere considerata un genere musicale che ha voluto imporsi in modo così sfacciatamente marcato da risultare credibile, vendibile e divertente. Una musica chiamata liscio, senza un vero perché.
All'origine della musica da ballo romagnola vi fu Carlo Brighi (1853-1915), da tutti conosciuto in Romagna col nomignolo di "Zaclén" (anatroccolo). Può essere considerato il capostipite di una lunga serie di compositori e capi-orchestra che si dedicarono alla diffusione del ballo di coppia. Era violinista nell'orchestra del Teatro Comunale di Cesena, ma presto abbandonò l'attività orchestrale per dedicarsi completamente alle serate da ballo ed agli intrattenimenti nei caffé-concerto.
L'intraprendenza non gli mancava. Adibì parte della casa di Bellaria a sala da ballo dove affluiva, specie nei pomeriggi domenicali, gente da ogni parte. Fu certamente in occasione dei tanti veglioni organizzati sul finire del secolo scorso che nacque l'imperioso invito di "Taca, Zaclén", nel tentativo di far riattaccare all'orchestra un nuovo ballo, divenuto poi un modo di dire romagnolo
Baaba Maal (Senegal)
Pochi musicisti come Baaba Maal hanno in Africa Occidentale un successo di pubblico che va ben oltre la sua etnia, gli Wolof. In Europa e negli Usa poi, il suo successo è stato certo favorito dai suoi studi superiori, non solo musicali, compiuti nel nord del Senegal, a St. Louis, e a Parigi. La prima maestra di Baaba Maal, che non appartiene a una famiglia di musicisti tradizionali, è stata la madre, cantante-contadina attiva soprattutto in feste familiari. La musica base per lui è quella della tradizione Fulani, dei villaggi del nord del suo paese, ai confini con la Mauritania.
Il suo maestro di chitarra, - "lo specchio delle mie origini" - è un griot, cioè un musicista per diritto ereditario, Mansour Seck, presente nel concerto fiorentino, e la iniziazione che ha avuto, è la stessa di tutti i giovani musicisti della sua terra: l'arrivo nella capitale Dakar, poi, nel 1980, il pellegrinaggio professionale e iniziatico per i villaggi del Mali, della Costa D'Avorio, del Gambia e della Guinea, con tanto di omaggio agli anziani e seduta con i musicisti delle comunità. Da qui il suo rapporto con un'altra prestigiosa famiglia di griot, i Sissokho (o Cissokho): tra loro infatti, Sayan suonava la chitarra nel primo Lp di Baaba (1991).
Il successo di quella incisione, rivelatosi un crescendo per le tre successive, ha fatto dilagare la sua "fusion pan-africana" in tutto il mondo. Ma il desiderio di questo artista di rimanere legato alle tradizioni è rimasto intatto. Il rispetto delle armonie e dei ritmi della tradizione musicale dell'Africa Occidentale, l'insistenza sulla tradizione pura della canzone senegalese, sono testimoniate proprio dalla struttura del gruppo con il quale Baaba Maal si è esibito a Firenze: insieme a lui e ai due griots provenienti dalle prestigiose famiglie dei Seck (Mansour Seck) e dei Cissokho (Kauwding Cissokho), compare un virtuoso dello strumento tradizionale xalam, Dembe Dia.
Griot Metropolitain (Costa d'Avorio)
Nella seconda metà degli anni '80, il Balletto Nazionale della Costa d'Avorio toccò il suo massimo splendore in patria e all'estero, non solo come corpo di danza e percussioni attivo in tutto il mondo, ma anche come fucina e scuola dove i talenti provenienti dai vari villaggi e dalle varie etnie, confrontavano le rispettive tradizioni, imparavano dai maestri anche fuori dalle funzioni tradizionali. Agli inizi di questo decennio il gruppo divenne "Balletto Nazionale Marahouet", ma il suo ruolo rimase lo stesso.
Da queste esperienze provengono gli artisti di Griot Metropolitain, che da qualche tempo risiedono in Italia e in particolare insegnano presso scuole di danza e di musica fiorentine. Il nome del gruppo però, non è solo la metafora di un itinerario culturale, ma un po' la storia vera di Brahima Dembelé, che è per nascita e tradizione familiare un maestro musicista, un vero griot (djelì), figlio e nipote di musicisti e cantastorie. Dal padre Boawetian e dallo zio Piano ha appreso l'uso del balafon, dallo zio Tofio l'arte della kora, ma, ancora dallo zio Piano e soprattutto dalla madre Marianne, anche lei di famiglia griot, il canto, a cui la tradizione della sua etnia, i Djoula, lo destina per sangue ancor prima che per talento. A 15 anni Brahima ha poi scelto, con logica tutta individuale e moderna, di dedicarsi al tamburo djembé, e per questo ha vissuto a lungo nelle case-scuola dei maestri in Costa D'Avorio e in Burkina Faso. Diventato maestro a sua volta, l'allievo più promettente che ha ora, è un piccolo griot di 10 anni, il fratellino Adama.
Il percorso di Brahima si snoda dalla provincia di Nepié, nel nord del suo paese, fino all'Europa, attraverso la capitale Abidjan e i tour dei corpi di ballo nazionali. Il viaggio è comune ai Koiatè, ai Konté, ai Touré, ai Kanté, guineani, maliani e senegalesi, ai Mousa Sosa gambiani, e ai tanti altri griot delle savane, Djoula, Mandingué, Bambarà, poi divenuti famosi in tutto il mondo. Come loro, questo Dembelé djoula ivoriano, ha scelto sì di conservare il suo ruolo di cantore, ma di creare anche nuova musica insieme ad altri africani e ha deciso, in questo l'unico per ora, di "adottare" Firenze e l'Italia.
Cheikha Remitti (Algeria)
«Le radici della musica rai si spingono alla tradizione orale beduina, in cui il canto dei nomadi era intercalato dal grido di "Ya rai", e alla versione algerina profana della musica shaabi, per flauto e percussioni, degli anni Trenta e Quaranta. Questa musica era originalmente riservata alle donne, artiste di cabaret, che ala fine cominciarono a cantare di desiderio fisico ed altri temi, fino ad allora improponibili, con apparente immunità. Le donne, che spesso cantavano in modo scandalosamente diretto, erano accompagnate dagli stessi strumenti usati per la musica shaabi, che erano rimasti popolari tra i più anziani, specie ad Algeri. La generazione seguente ha rivoluzionato il sound, e nel processo ha anche smussato i testi, rendendo i richiami alla sessualità più sottili e velati, meno scandalosi di quelli delle donne più anziane. [...]. Negli anni Trenta gli "Cheikhs" avevano dato il via al processo, ed è di questo periodo l'introduzione di strumenti occidentali come il violino e la fisarmonica, accanto al tradizionale accompagnamento di oud (liuto), gasba (flauto dei pastori) e percussioni beduine. Ma fin dall'inizio la strada è stata aperta dalle star donne, come Cheikha Remitti El Ghilzania» (da Africa-Oye!)
Nata nel 1923 in un piccolo villaggio algerino, presto orfana, povera e vagabonda, Cheikha cresce nella regione di Orano, inizia a esibirsi come ballerina in equivoci locali notturni, ma anche nelle feste e nei matrimoni, seguendo la tradizione tipica delle cheikketes . Quando incise il suo primo 78 giri nel 1936 per la Pathé si face subito apprezzare dalle menti libere e detestare dagli integralisti a causa dei testi provocatori e dissacranti che compone nonostante si dichiari spesso animata da fede religiosa.
Quello era solo l'inizio di una carriera decennale costellata di centinaia di cassette reperibili sia nei suk magrebini che nelle vetrine di Barbes, fino ad arrivare all'ultimo disco "Sidi Mansour" inciso in compagnia delle chitarre di Robert Fripp, di East Ray Bay dei Dead Kennedys e del basso "slappato" di Flea dei Red Hot Chilli Peppers per la produzione di Geza X, destinato a scalare vertiginosamente le hit della World Music.
Tutto il suo repertorio trae ispirazione direttamente dalle vicende della sua vita e verrà spesso "rubato" nei testi e nelle composizioni, dalla nuova generazione del rai. La sua vita è stata un'avventura: da orfana senza fissa dimora nella regione di Orano a ballerina in una compagnia di musicisti (cheikhs), fino a cantante che ha contribuito a definire le tematiche del rai. Il nome “Remitti” deriva dall’esclamazione di alcuni “fans” francesi che un giorno in un caffé urlavano «Remitti pan ache, madame, remitti!» (“un altro giro di bevute, un altro giro!”). La “Piaf” del rai adesso si fa chiamare Hadja, dopo l'avvenuto pellegrinaggio alla Mecca dove ha incontrato il "suo" Dio, dopo la fame, la miseria, le epidemie, (la famosa "Peste" di Camus del 1940) e la scandalosa frequentazione, per anni, di bordelli e di altri luoghi malfamati della regione di Orano.
Le meddahates - gruppi di donne musiciste - costituiscono il fulcro delle feste di nozze riservate esclusivamente alle donne nubili, a cui è permesso di cantare dell’amore carnale, ma solo in quel contesto, costituendo così il luogo ideale in cui il rai ha potuto crescere e svilupparsi.
Klezmatics (Usa)
Il gruppo si riunisce intorno alla figura del trombettista Frank London, attivo nel Lower East Side di New York già nel 1986, con il preciso intento di rispolverare e rivitalizzare il klezmer, la musica degli Ebrei emigrati nell'Europa dell'Est e legata alle tradizioni originali delle comunità yiddish. I Klezmatics hanno contribuito a far conoscere ad un pubblico più vasto una musica fino a quel momento relegata alle cerimonie e alle feste popolari dei quartieri ebraici (e quindi all'ascolto ma soprattutto alla danza); ne hanno subito intuito il forte potenziale di sviluppo e di coinvolgimento, complice uno svecchiamento e un'ibridazione con altre forme e generi musicali, in grado di superare barriere linguistiche, razziali e culturali. Una scommessa coraggiosa, giocata in tempi non sospetti, che si sta rivelando vincente.
I Klezmatics sono stati, con pochi altri, i precursori di una profonda riscoperta dell'arte e della cultura ebraica, un atteggiamento che sta raccogliendo sempre più proseliti nel mondo degli artisti e degli intellettuali americani. Questa tendenza ha portato alla stesura di un manifesto programmatico della "New Jewish Radical Culture", ad opera di un gruppo di importanti artisti per lo più di base a New York (Brooklyn), e legati in buona parte alla new music, al jazz e all'improvvisazione: da John Zorn, a Don Byron, da Marc Ribot a Tim Berne, Marc Feldman e altri. Nel 1988, chiamati per la prima volta in Europa, i Klezmatics hanno inciso a Berlino, dopo un trionfale tour, il loro primo album "Shvaygn = Toyt". Il secondo lavoro "Rhythm + Jews", registrato alla fine del 1990, è stato distribuito un paio di anni dopo, mentre il loro terzo ed ultimo album è in uscita proprio in questi giorni.
Nel frattempo, hanno preso parte ad alcune compilations (tra cui "Klezmer 93 NWC", sotto gli auspici dell'etichetta "Knitting Factory Works" legata all'omonimo club newyorkese) e Frank London ha pubblicato, insieme al gruppo e ad altri ospiti, la colonna sonora del film di Jonathan Bermen, "The Shvitz". Dediti ad una intensa attività dal vivo, i Klezmatics hanno intrapreso in questi anni molti tours mondiali, sono stati in cartellone al Montreal Jazz Festival, ad alcuni Festival Womad legati all'etichetta di Peter Gabriel, e hanno girato tutto il Sudamerica insieme agli Inti Illimani. Hanno partecipato a numerosi special televisivi e radiofonici e composto musiche originali per alcuni balletti della coreografa.
Santino Spinelli Alexian Q. (Italia) / Paco Suarez y el grupo Matipen (Spagna)
L'amicizia tra Santino Spinelli, Rom abruzzese nato a Pietrasanta di 30 anni, e Francisco "Paco" Suarez Saavedra, gitano di Badajoz residente in Extremadura (Spagna) di 41 anni, è nata negli ambienti universitari manouches, cioè tra gli intellettuali zingari europei. Nel 1992 infatti, la Commissione delle Comunità Europee e il Centro di Ricerche Zingare dell'Università di Parigi commissionò a loro due il lavoro "Gli Zingari e la musica-storia, evoluzione, creazione e interpretazione". Il lavoro, di prossima pubblicazione in tutto il mondo come integrazione della Romani Enciklopedia, (di fatto la Treccani zingara, di cui Santino è presidente, che ha sede in Francia ed è scritta dai maggiori ziganologi di tutto il mondo), fu l'occasione di un sodalizio artistico e di un'amicizia che ha condotto i due a portare in giro le loro musiche tradizionali insieme.
L'idea è quella di rivendicare una "Ziganità" ("Romanipè") non solo musicale, che parte dall'India e arriva in tutta Europa insieme a un popolo errante, spesso perseguitato, sempre marginale, che poi si è sparso in tutto il mondo. E in questo peregrinare si è portato con sè, tra le tante altre cose, almeno musiche e danze che hanno influenzato e influenzano tutta la musica mondiale. Tra flamenco e canzoni zingare italiane, tra ritmi slavi e balcanici e jazz manouche, tra musiche tradizionali indiane e violini zigani, questi loro spettacoli li portano a volte a "...gian avri katar pe". "Escono da se stessi".
Il fatto è che Paco e Santino fanno parte di un gruppo sempre più forte e numeroso in Australia, negli Usa, e soprattutto, con la sciagurata eccezione dell'Italia, in tutta Europa: gli intellettuali zingari. Il linguista manouche Marcel Courthiade, studioso di solida fama accademica all'estero, che sta scrivendo con Santino Spinelli un vocabolario italiano-romanès, si stupiva recentemente perché, a sua conoscenza, Santino Spinelli è l'unico zingaro italiano laureando. Probabilmente non è vero, ma certo non lontano dalla verità. Ma lo stesso Santino, che lavora, proprio per questo, soprattutto all'estero, non nega questo dato e soprattutto non ha dubbi: le colpe, se di colpe si vuol parlare, sono degli Italiani ma soprattutto degli zingari Italiani.
Così la musica di questi due giovani artisti, che pure continua a nutrirsi e a vivere soprattutto di feste familiari, di cerimonie sacre e profane legate alla socialità della loro gente, acquista una valenza non lontana da quella che animò diverse generazioni di intellettuali e artisti neri in America alcuni decenni orsono. Per loro e per tutti, almeno per chi ama "Thèm" ("la terra"), e "Khàm" ("il sole"), ZINGARO E' BELLO.
Farafina (Burkina Faso)
Il viaggio di Farafina parte da Bolomakoté nel 1978, nell'attuale Burkina Faso. Il maestro balafonista Mahama Konaté riunì allora i migliori percussionisti perché il suo "servizio" musicale era sempre più richiesto per matrimoni, funerali, feste di ogni tipo, dalle genti Djula innanzitutto, ma anche da quelle Bambara, Senufo e Bobo. Mahama scelse da subito di servire tutti, con un repertorio multietnico che proprio per questo, e anche grazie a uno straordinario allievo, Paco, che viveva in Svizzera, sollevò ammirazione e interesse in Europa. E proprio durante il primo tour europeo, nel 1983, il gruppo entusiasmò il pubblico fiorentino, per la prima volta in Italia, a Musica dei Popoli ("Africamusica II"), e realizzò, in quell'occasione, un video-clip per la Rai nell'affascinante area dell'ex Meccanotessile Galileo (Firenze).
Da allora sono passati anni di successo: il vecchio Mahama ha guidato e guida i suoi percussionisti e danzatori più spesso in prestigiosi festivals in tutto il mondo, e sempre meno per villaggi e feste delle sua terra. Ma le preoccupazioni etniche o funzionali generano in lui solo uno dei suoi enigmatici sorrisi vuoti, anche un poco ironico. Il suo magistero, le bacchette costruite dal bisnonno e custodite gelosamente, conferiscono a lui e al gruppo una purezza e una funzionalità sostanziali, che volano alti su tutti i cavilli commerciali o pseudoscientifici. Come pochi ma grandissimi altri delle musiche dei popoli di tutto il mondo Mahama Konate, alla guida dei suoi "Pelle-nera", non si preoccupa della tradizione perché sà, per riconoscimento innanzitutto del suo stesso popolo, di essere lui, in persona, in ruolo e in arte, la tradizione stessa.
I Dervisci Rotanti di Damasco (Siria)
In Siria, le Confraternite mistiche dei dervisci sunniti hanno sviluppato nelle loro takiyya, luoghi di riunione della Confraternita, un repertorio ricchissimo di musiche sacre. La tradizione siriana infatti, ha saputo associare ai canti mistici sufi un passato dove una moltitudine di stili si sono incrociati con risultati di grande rilevanza e originalità. Nei canti misurati, lawashihi, o nelle magnifiche improvvisazioni vocali, layali e ibtihal, nei poemi cantati, qasida o nei canti classici di origine arabo-andalusa, muwashshahat, la musica e i canti sufi hanno sempre integrato spezzoni di epoche e di origini diverse. D'altra parte la stessa mistica sufi, e quella dei dervisci in particolare, è stata dalla nascita, nell'ultima fase dell'Islam classico, "l'unico ramo culturale aperto". Il dhikr o zikr, ovvero il mezzo per provare, sentire, vivere la religione, è il rito derviscio che, attraverso la ripetizione di certe forme spinta all'estremo limite fisico e intellettivo, ha reso diverse confraternite famose per l'estasi e la trance. I Rifai, o "Dervisci Urlanti" nati a Bagdad poco dopo il 1000, furono forse i primi ad aggiungere flauti e tamburi ai movimenti del corpo e alla ripetizione delle parole. Ma anche i dervisci rotanti turchi Mevlevi e appunto i nostri Mawlawi siriani, hanno da quasi subito integrato canti e strumenti per facilitare l'acme del cerimoniale.
A Damasco, nella moschea Omayade, Shaykh Hamza Shakur dirige il rito sama, conduce il canto e le musiche di un rito specifico ed antico con autentiche e secolari tradizioni musicali siriane, per supportare, colorire e arricchire l'atto dello zikr. La sua voce grave, profonda, unica, la sua vocazione religiosa e musicale, guidano i canti ma anche il qanum di Jalaleddin (che ha aggiunto 24 corde alle 78 tradizionali), e perfino il tradizionale flauto di rosa, nay, di Ziad Kadi Amin, discepolo del leggendario Abdelsamad Safai, le cui improvvisazioni sono essenziali per la nozione di "spazio" cara alla mistica sufi non solo derviscia. Ma naturalmente il cuore del tutto, anche se riproposto a Musica dei Popoli in versione necessariamente stilizzata, è il sama recitato, suonato, ma soprattutto basato sui movimenti rituali e rotanti dei Dervisci vestiti con abiti e copricapi da cerimonia: ogni loro gesto ha un senso e deve essere compiuto.
Il sama finisce con lo "Shaykh" Shakur che, a mani tese e mentre i Dervisci si ritirano lentamente, recita parole di Jalal Al Din Al Roumi, "mawlana" ("nostro maestro" in arabo, il fondatore nel tardo medio-evo della Confraternita, nonché uno dei massimi poeti e sapienti sufi di sempre). Perché i Dervisci sanno, e lo ripetono da un millennio, che tutto il creato, dal pulviscolo del sole al firmamento, gira e danza. E il maestro Roumi ha scritto: «Fa parte della danza del cielo il ballo tondo sulla terra, chi ne conosce la forza vive in Dio».
I Tarantolati di Tricarico (Italia)
Poeta, attore, studioso di tradizioni popolari, chitarrista e cantante, Antonio Infantino cominciò la sua carriera artistica professionale a Milano, al mitico Nebbia Club, quando nel 1966, decise di lasciare la sua Lucania e in particolare il paese di Tricarico, dov'è nato e cresciuto. Furono Fernanda Pivano e Giangiacomo Feltrinelli a convincerlo a pubblicare un libro di poesie e subito dopo Nanni Ricordi gli fece incidere un album e Dario Fo lo chiamò a lavorare nel suo "Ci ragiono e canto". Fu quello lo spettacolo che lo rese famoso, soprattutto attraverso una canzone, "Avola", che divenne uno degli "inni popolari" del '68 italiano. A conclusione di questa vicenda, Infantino dà vita al nucleo storico dei "Tarantolati", con i quali coniuga il suo estro libertario e totalizzante con l'esigenza di legarsi alle tradizioni autentiche e antichissime della sua gente lucana e ai suoi studi sociali, storici e filosofici.
La tradizione del tarantismo, resa nota nel dopoguerra dagli studi dei massimi demologi italiani (Ernesto De Martino prima e Diego Carpitella poi, ma anche dai sociologi americani della fondazione Fullbright e in seguito da Alan Lomax) è l'antecedente linguistico e rituale della tarantella, ed ha uno dei centri di irradiazione nel paese di Tricarico, dove Infantino è cresciuto. E qui in Lucania, per tradizione familiare prima che per studio e interesse filosofico e musicale, ne ha appreso la tradizione e gli inestricabili misteri. Il tarantismo ha certamente origini orfiche e pitagoriche (proprio Pitagora viveva e studiava a Metaponto, in vista di Tricarico) ed è comunque legato, fin dalle culture mediterranee pre-greche, ai complessi riti di possessione e di musicoterapia che dettero vita per esempio ai "fescennini" carnevaleschi delle genti etrusche e italiche.
Tricarico, estrema propaggine meridionale del sistema appenninico, è stato da sempre un centro della transumanza delle greggi: dalla sua antichissima cultura, e da quella di altri centri collegati in tutto il Mediterraneo, sono partiti certamente gli elementi base non solo della tarantella, ma di gran parte delle musiche e dei riti tradizionali dell'area.