"VOCI E VOCALITA' DELLA MUSICA TRADIZIONALE"
Anteprima MdP'93
Odetta (Usa)
Betty Carter & Trio (Usa)
Nusrat Fateh Ali Khan (Pakistan)
Festa dei popoli (Italia)
Left for Dead (Usa-Gb-Fra)
Peppe Barra (Italia)
Gli Informatori delle Marche (Marche)
Faboulous Trobadors (Francia)
Famiglia Ruggeri (Lombardia)
Confrat. di Santulussurgiu (Sardegna)
Tavagna "a cappella" (Corsica)
Famiglia Ruggeri (Lombardia)
Coro di Montedoro (Sicilia)
Conf.Laic. di Santulussurgiu (Sardegna)
Eugenio Colombo (Italia)
Coro Tavagna (Corsica - Francia)
Tavagna + A.Jaume, M.Montera, C.Rizzo (Corsica/Francia)
Ambrogio Sparagna (Italia)
Coro di Montedoro (Sicilia)
Odetta (Usa)
Una forza dinamica della musica folk americana da più di 35 anni, Odetta è nata a Birmingham (Alabama) ed è cresciuta a Los Angeles. Iniziò la sua carriera all'età di 16 anni al Hungry I, dove incantò subito il pubblico, diventando una delle maggiori interpreti della musica negra tradizionale americana negli anni '50 e '60. Canta con orchestre sinfoniche, alle manifestazioni per i diritti civili, con studenti universitari e con il pubblico, dal Wisconsin a Mosca. Durante gli anni '70 Odetta si dedicò al teatro, esibendosi in opere come "The Crucible" di Arthur Miller; è apparsa in televisione con Harry Belafonte e ha debuttato sullo schermo in "The Sanctuary" accanto a Yves Montand.
Odetta ha ricevuto una laurea honoris causa dalla Johnson C. Smith University ed il Duke Ellington Fellowship Award dalla Yale University. Nel 1987 ha ricevuto il Lifetime Achievement Award dalla Federazione della Carità Protestante e l'American Eagle Award del Consiglio Musicale Nazionale.
Betty Carter & Trio (Usa)
Considerata una delle più grandi cantanti jazz di tutti i tempi, - «...niente discussioni, prego: Betty Carter è la più grande jazz singer vivente al mondo...» (Kevin Whitehead, Downbeat Magazine) - Betty Carter si presenta con un gruppo di "all stars": Geri Allen al pianoforte, Dave Holland al contrabbasso e Jack Dejohnette alla batteria. E' forse l'unica cantante che riesce a modulare la propria voce improvvisando come un vero strumento musicale, e traendo ispirazione in particolare dalle sonorità del sassofono.
Cantante Bebop di formazione (ha sempre dichiarato che la decisione di diventare una jazz singer le è stata ispirata dall'ascolto di "Bird", Charlie Parker) con il tempo e l'esperienza ha maturato uno stile particolarissimo ed unico. Nata a Flint nel Michigan, ha studiato pianoforte al conservatorio di Detroit, iniziando a cantare a scuola e in chiesa. Divenuta cantante professionista, entra a far parte dell'orchestra di Lionel Hampton (1948-51), per poi continuare ad esibirsi con gruppi a suo nome in teatri e club. Ha cantato in diverse occasioni con Charlie Parker, Sonny Rollins, John Coltrane, Dizzy Gillespie, J.J. Johnson, Ray Charles. Ma è dal vivo che Betty Carter dà il meglio di sé, modellando e personalizzando qualsiasi brano decida di includere nel suo repertorio, dagli standard alle composizioni originali, lanciando la sua inimitabile voce in acuti vibranti o, al contrario, rallentando il tempo, quasi fermandolo, per poi ripartire con improvvisazioni brucianti e mozzafiato. Sempre refrattaria a qualsiasi compromesso commerciale - «...è la più grande cantante "pura" del jazz» hanno dichiarato, non a caso, Sarah Vaughan e Carmen McRae - Betty Carter ha fondato negli anni '70 un'etichetta discografica indipendente, la Bet-Car, per poter continuare ad incidere senza essere obbligata a svendere la sua arte.
Negli ultimi anni è stata riscoperta e riconosciuta come "la voce" del jazz moderno; ha firmato per una grossa major discografica che ha fatto anche ristampare e reso finalmente disponibili molte delle sue incisioni passate. Ha vinto il Grammy Award e i suoi ultimi album sono giunti in testa alle charts jazz di Billboard.
Nusrat Fateh Ali Khan & Qwali Party (Pakistan)
I musulmani Sufi, da quasi un millennio, chiamano sama (ascolto) le riunioni delle confraternite animate da cantori e musicisti (qawal). Scopo del sama, attraverso il canto delle lodi divine, è raggiungere lo hal collettivo, stato di estasi mistica che congiunge l'uomo a Dio. Le ipnotiche cadenze ritmiche guidate dalle innumerevoli ed articolate evoluzioni vocali tendono ad elevare lo spirito per ricongiungersi al Divino. All'origine i qawal appartenevano dunque essenzialmente a confraternite Sufi e il loro repertorio si è costituito sui testi dei poemi tradizionali religiosi persiani, indiani, turchi e pakistani. Oggi però, in India e in Pakistan, i qawal sono spesso musicisti girovaghi, "professionisti" che cantano in pubblico, e i loro gruppi non mancano mai alle feste popolari anche esterne alle confraternite.
Di questi canti fluidi, in continua alternanza tra soli e coro, tra ripetizioni e improvvisazione, Nusrat Fateh Ali Khan è l'astro indiscusso, destinato per tradizione familiare e nascita a esportare, in lode del Profeta, il Qawwali in tutto il mondo. "L'usignolo di Allah" o, come la stampa occidentale l'ha chiamato, il "Pavarotti del Pakistan", ha compiuto e compie questa sua missione al meglio, con centinaia di performances in tutto il mondo, al fianco di ogni tipo di musicista, ma sempre fedele a se stesso.
"La tradizione si muove con me", dichiarò il nostro dopo l'indimenticabile esordio fiorentino a Musica dei Popoli XIV (1989). La formazione comprende 13 elementi che includono canto, tabla e armonium portatile. Tra di loro il fratello di Nusrat (armonium) e il suo "erede" spirituale e vocale, il giovane nipote.
Festa dei popoli
Che siano professionisti od amatori, che si occupino di tradizioni locali o appartengano a comunità etniche variamente presenti nel tessuto sociale della nostra città, i protagonisti di questa festa fanno parte integrante della tradizione operativa di Musica dei Popoli e rappresentano la pluralità dei linguaggi presenti nel panorama musicale fiorentino.
Ognuno di questi artisti, tra l'altro, rappresenta un settore di ricerca possibile, un progetto culturale di confronto tra realtà diverse, cioè uno dei terreni fondamentali del lavoro del CentroFlog, riportato nella quotidianità del nostro territorio. Come dire che non bastano festivals, per quanto prestigiosi e interessanti, ad esaurire i nostri compiti, ma è necessario dare continuità al lavoro sul campo, cercare collegamenti e stimoli il più possibile vicini e praticabili, affidarsi per questo ai protagonisti, cioè ai musicisti.
Che la nostra società attuale abbia bisogno di strumenti nuovi di convivenza civile e di confronto sono persino in troppi a dirlo, che la musica possa rappresentare un tramite importante di conoscenze reciproche è ormai così scontato da apparire sospetto. Questa festa entra finalmente nel merito e si propone come primo passo di un percorso tutto da verificare e da inventare, ma di cui il CentroFlog può e vuole essere protagonista.
La festa riunisce oltre 10 gruppi, operativi nell'area toscana, ma composti da musicisti provenienti da varie parti del mondo (Kurdistan, Uzbekistan, Iran, Camerun, India, Colombia) e d'Italia. Hanno partecipato: Antonio Breschi (pianoforte) e Ali Tajbakshs (percussioni, Iran); Riccardo Tesi (organetto) con Ettore Bonafé (percussioni) e Maurizio Geri (chitarra); Coro "De Victoria" di Firenze diretto dal M° Rodrigo Valencia (Colombia); Niba Boniface (voce, Camerun) & Toscanafrica Ensemble; Caterina Bueno (voce); "Katiuscia" Kniazeva (voce e tastiera, Uzbekistan); Alberto Balia (chitarra e voce); Nazar (saz e voce, Kurdistan); Bolivar Miranda (flauto,India) e Maurizio Dami (tastiere).
Left for Dead (Usa-Gb-Fra)
Barney Bush, poeta orale Shawnee che risiede nell'Illinois, è l'autore del poema "Left for Dead", dedicato a tutti i suoi fratelli di razza, i "prigionieri del sogno americano" e in particolare a Leonard Peltier. Peltier, Sioux Lakota detenuto da più di 15 anni in seguito ad una paradossale vicenda giudiziaria è, per i suoi fratelli di razza e per l'opinione pubblica internazionale, l'emblema di una difficile battaglia per la giustizia, la pace e la sopravvivenza culturale di tutta la razza.
L'incontro tra Bush e il compositore e pianista inglese Tony Hymas ha dato vita a questo e ad altri progetti, inserendo le tradizioni musicali e comunicative del popolo indiano accanto alle modalità espressive di alcuni tra i più interessanti jazzisti dei giorni nostri.
Rispondendo agli intervistatori della TV francese, Barney Bush, a questo proposito, ha dichiarato: «La musica di Tony è concepita da un uomo che ama la sua terra. Lui sa prendere il tempo di ascoltare il suo cuore battere. Dopo aver ascoltato i miei testi, Tony si è calato pienamente nel loro spirito e nel loro messaggio. I suoi suoni si sono sposati con incredibile naturalezza con le parole. E' la prima volta che questo mi accade, e quando suoni e parole vivono insieme, essi aprono porte per altre persone. La sua musica è il cavallo sul quale il cavaliere porta i suoi messaggi. E' quello di cui noi abbiamo bisogno: aprire le porte della comunicazione piuttosto che riproporre continuamente gli stereotipi vuoti».
L'attuale progetto, dopo più di 5 anni di collaborazione che ha coinvolto molti artisti indiani di diverse tribù e diversi musicisti bianchi europei e americani, prosegue nel confronto tra le tecniche e le modalità delle tradizioni musicali indigene degli USA e quelle elaborate dai musicisti contemporanei; si è così realizzato nel massimo rispetto reciproco, lontano dal folklore turistico ma anche dalla pura e semplice riproposizione filologica. Alla base di tutto resta l'urgenza di salvaguardare l'esistenza concreta, oltre che quella culturale, di popoli che la civiltà occidentale sta inesorabilmente "cancellando" dal mondo conosciuto.
Peppe Barra (Italia)
Peppe Barra nasce a Roma (1944) da una famiglia di artisti napoletani e fin da bambino frequenta la scuola di teatro e dizione di Ziettà Liù. Dopo cento mestieri arriva l'incontro con Roberto De Simone e la Nuova Compagnia di Canto Popolare. Nella seconda metà degli anni '70 è stato protagonista della "Gatta Cenerentola", l'opera teatrale di Roberto De Simone rappresentata con successo in tutto il mondo. Agli inizi degli anni '80, con Lamberto Lambertini, fonda la compagnia "Peppe & Barra" che ancora adesso continua a riscuotere successi sia in Italia che all'estero.
Interprete magistrale di canzoni e tammurriate, di liriche teatrali e poesie, con particolare riguardo a Salvatore Di Giacomo, Raffaele Viviani e gli immancabili De Simone e Lambertini, Barra compone un unico affresco sonoro melodico e ritmato, con gli echi del passato ed i moderni ritmi del Mediterraneo. Da sempre attento alla ricerca della tradizione canora e musicale della sua terra, Peppe Barra si dimostra particolarmente felice nel "contaminare" un repertorio dai molti brani classici, con brani suoi o di autori a lui molto vicini, sempre cantati in dialetto, per dare maggiore forza al significato dei testi che hanno per tema esperienze autobiografiche, l'amore, la vita e la morte, quelll'ironia e il sarcasmo partenopei che Barra esprime come pochi altri interpreti.
Molto popolare nel mondo del teatro, Peppe Barra si è cimentato nell'ambito musicale con un primo disco come solista dal titolo "Mo' vene", con il quale ha vinto la Targa "Tenco 1993" quale migliore interprete per l'anno in corso. Nell'album vengono ancora una volta esaltate le sue incredibili capacità espressive e parallelamente si pone come un interessante esempio di nuova musica popolare.
Gli Informatori delle Marche
Canti e scioglilingua della tradizione medio-adriatica
Il Gruppo di Petriolo, portatore della più genuina espressione popolare della propria terra, le Marche, e ricco di un repertorio tradizionale notevolmente integro e spettacolare, costituisce, tra l'altro, un fenomeno estremamente interessante di revival interno. Gli "informatori" sono: Lina Marinozzi Lattanzi (n. 1925), contadina, poi operaia in un calzaturificio, ora casalinga /pensionata, autentica portatrice della tradizione, decisamente una delle voci più belle e suggestive di tutto il panorama della tradizione italiana; Nazzareno "Fifo" Saldari (n.1912) e Domenico "Spaterna" Ciccioli, contadini: dal paese di Petriolo, nel maceratese, vengono questi tre insuperabili interpreti di ballate, di canti di lavoro e "a vatocco" (tipo di polivocalità secondo uno schema di "discanto" presente lungo gran parte del versante adriatico dell'Appennino, delle Marche e dell'Abruzzo). Come loro Gianfranco Filipponi, interprete per tradizione familiare di scioglilingua antichi delle campagne marchigiane.
A presentarli i ricercatori cantanti Gastone Pietrucci, Roberto Raponi e il fisarmonicista Piergiorgio Parasecoli, animatori del collettivo di indagine etnomusicologica "La Macina" e del Centro Tradizioni Popolari di Polverigi (An). La composizione di questo gruppo e di questo repertorio (canti e scioglilingua) propone una modalità operativa tipica per le musiche di tradizione orale italiane. Quella dei gruppi di ricerca locali e del loro rapporto con i cosiddetti "informatori", cioè con gli interpreti "spontanei" delle tradizioni in questione. "Amare il canto ed usarlo come forma espressiva innata di comunicazione è il metodo", ma ovviamente non basta. Ci sono infatti il rigore "sul campo" (con le molte registrazioni realizzate e pubblicate), la ricerca accurata sulle forme arcaiche, sui loro contesti di sopravvivenza, e la loro distinzione dai fenomeni di revival interno. Ma il piacere (del canto, dell'ascolto e delle loro "occasioni") e la contiguità culturale restano i caposaldi di un lavoro che consente a noi di presentare alcune pagine nascoste e affascinanti del canto popolare italiano.
Faboulous Trobadors (Francia)
Dopo lunghi studi sulla tradizione musicale occitana, e il confronto con quella degli "embaladores" del Nord Est del Brasile, (che hanno conservato i modelli della tradizione trobadorica attraverso la mediazione dei colonizzatori portoghesi), Clude Sicre (nome di battaglia Doctor Cachou) sconvolge il pubblico e la critica francese con il suo canto velocissimo in lingua occitana, accompagnato da un solo tamburo. Malgrado la distanza abissale da New York e l'assoluta incoscienza di quanto accadeva nelle comunità nere e giamaicane, la sua musica viene subito chiamata il primo esempio di "Troba-Rap", anche per i contesti sociali in cui Sicre ama esibirsi. Dal suo incontro con Ange Bofareu, disk-jokey e rapper detto il "juke-box umano" per la sua capacità di riprodurre "a viva voce" qualsiasi suono elettronico, nascono nel 1986, i "Trovatori Favolosi", una delle formazioni più sconvolgenti del panorama vocale mondiale. Claude Sicre, che sta attualmente completando un volume molto atteso sulla musica occitana, rifiuta comunque facili etichette e preferisce rimanere attaccato alle sue "tenzoni" musicali di origini provenzali, per quanto coscientemente trasformate, nella sua musica attuale, in strumenti efficacissimi di contaminazione culturale e comunicativa. La sfida musicale, linguistica e culturale dei Fabulous Trobadors è comunque ben più di "un gioco tradizionale dello spirito", anche se la frase di congedo dei trovatori rimane quella di sempre: "Adieu à tutti e boa divertimento".
Famiglia Ruggeri e Valter Biella (Lombardia)
Canti di tradizione familiare in Val Seriana
La "famiglia cantante" dei Ruggeri, proveniente da Bondo di Colzate in provincia di Bergamo, è formata da cinque sorelle cantanti (Anna, Cecilia, Dirce Maria, Natalina e Prassede) ed un fratello alla fisarmonica e canto (Bernardo). Vastissimo e molto interessante il loro repertorio: dai canti strettamente tradizionali, sacri e profani, ai brani liturgici, dalle "romanze" alle canzoni d'autore "rivisitate". Il tutto filtrato dal gusto personale, familiare e paesano, fino a comporre un repertorio (di fascia e mentalità artigiana più che contadina) di spiccata originalità.
La Famiglia Ruggeri ha realizzato un Lp nel 1991 per l'etichetta Albatros ed è in quest'occasione per la prima volta in Toscana. Sia nel confronto con le altre tradizioni liturgiche, sia nel loro concerto profano, i Ruggeri sono accompagnati da Valter Biella, musicista e ricercatore bergamasco impegnato da alcuni anni nella documentazione e nello studio della tradizione musicale della propria terra. Biella svolge anche un'intensa attività di liutaio, rivolta quasi esclusivamente alla riparazione o alla ricostruzione di cornamuse tradizionali, e suona la baguette sia in veste di solista che come accompagnatore dei Ruggeri.
Confraternita laicale di Santulussurgiu (Sardegna)
La normale esecuzione di canti polivocali popolari di tradizione orale e di carattere liturgico e paraliturgico è oggi praticata in pochi centri della Sardegna ed è principalmente legata ai riti della Settimana Santa, come accompagnamento alle sacre rappresentazioni della Flagellazione, della Crocifissione e della Deposizione, nonchè alle processioni rituali che precedono e seguono tali momenti. L'esecuzione dei canti in quella particolare circostanza annuale è affidata ai cori più validi: a quelli che, per esperienza, qualità di voci, fedeltà alla tradizione e consenso popolare, danno maggior affidamento ed assicurano una buona riuscita della manifestazione religiosa. E' quanto avviene a Santulussurgiu, paese di tremila abitanti, situato a 600 metri sul versante orientale del Montiforru, in provincia di Oristano, con una tipica economia agro-pastorale e artigianale, e con una solida tradizione culturale e scolastica.
A Santulussurgiu i Frati Minori Osservanti eressero nel 1473 un loro convento con annesse la chiesa di Santa Maria degli Angeli e, in seno a questa, nel 1605, con l'intervento dei Domenicani di Sassari, diedero vita alla Confraternita del Santo Rosario (Sa Cunfrarìa 'e Su Rosariu). Questo sodalizio devozionale laico, composto in prevalenza da artigiani e contadini (popolazione stanziale, non soggetta a lunghe assenze per transumanze pastorali) ebbe, sin dall'inizio, il compito di organizzare nel paese le sacre rappresentazioni della Settimana Santa e di fornire ad esse il sussidio indispensabile del canto corale e sottolinearne e ad esaltarne le varie fasi. Compito che ha assolto ininterrottamente attraverso i secoli e che assolve tuttora.
Il suo coro, Su Cuncordu 'e su Rosariu, sempre composto da quattro voci, conserva il repertorio originario di canti in latino e in sardo nei quali appare realizzata una felice sintesi tra motivi di estrazione colta della liturgia ufficiale e quelli di derivazione popolare arcaica; una fusione delle due culture che rende suggestiva e coinvolgente ogni sua esecuzione. I quattro componenti attuali di Su Cuncordu 'e su Rosariu ne sono titolari dal 1976, avendo in quell'anno, dopo un lungo apprendistato, ereditato ufficialmente dai cantori anziani l'impegno ad assicurare degnamente la continuità della tradizione.
Tavagna "a cappella" (Corsica)
Famiglia Ruggeri (Lombardia)
Coro di Montedoro (Sicilia)
Confraternita Laicale di Santulussurgiu (Sardegna)
Repertorio liturgico e paraliturgico
Tra tradizioni che si trasformano e funzioni sociali che si consumano o scompaiono, l'ambito religioso e liturgico rimane uno dei pochi punti di riferimento costanti anche dal punto di vista musicale. Non che quest'ambito sia rimasto immune da cambiamenti profondi, anzi. Però è certo che gran parte delle musiche rimaste più vicine alla tradizione, perfino nella nostra civiltà occidentale, siano legate a dimensioni liturgiche, rituali, comunque spirituali. La dimensione collettiva delle funzioni religiose, la centralità della vita religiosa e dei suoi riti rispetto a quella quotidiana, hanno certo favorito questa situazione. Più controverso, almeno per quanto riguarda il cattolicesimo, è lo studio dei repertori, e al loro interno, la ricerca di quelli autenticamente popolari. I quattro gruppi proposti da Musica dei Popoli '93 si collocano comunque, oltre ogni dubbio, su questo versante, se pure su posizioni diverse.
Già presente nell'edizione 1984 di Musica dei Popoli, il Coro di Montedoro, attualmente costituito da 7 elementi, torna per confrontare i suoi rari canti polivocali sui temi della Passione ("lamenti") con le altre esperienze di vocalità liturgica e paraliturgica presenti in questa edizione. Il confronto è interessantissimo dal punto di vista etnomusicale, viste le caratteristiche comuni di molte esperienze polivocali tradizionali di area mediterranea, ma anche da quello spettacolare, visto lo straordinario rigore esecutivo e la complessità musicale del gruppo. Frutto di un'inesausta e profonda "specializzazione" e di un lunghissimo tirocinio umano e sociale prima ancora che interpretativo, le tecniche polivocali che provengono da questo paese in provincia di Caltanissetta sono uno dei "casi unici" più intensi e celebrati, anche a livello internazionale, della musica tradizionale. In realtà la loro presenza in rassegne come la nostra, al fianco di altri nuclei polivocali di tradizione, indica sempre più chiaramente, in linea con gli studi più recenti degli etnomusicologi, una contiguità significativa che percorre tutta l'area mediterranea. Che questa contiguità riguardi, oltre le tecniche, l'originalità della tensione funzionale e spirituale, è poi un altro problema. Il confronto suggerito dalla nostra rassegna va anzitutto in questa direzione.
Eugenio Colombo (Italia) "Giuditta"
Il compositore Eugenio Colombo presenta "Giuditta" Cantata per tre voci femminili e tre strumenti, lavoro inedito commissionato da Musica dei Popoli. Il testo latino del Cantico della Giuditta (dalla Bibbia, letterale) è stato musicato sulla base di un intreccio di modi tradizionali colti (giapponesi, mediorientali, nordafricani), procedure antiche della tradizione colta occidentale, stilemi della musica popolare mediterranea e suggestioni di origine afro-americana. Eugenio Colombo è attivo come concertista e compositore dalla metà degli anni '70 nell'ambito della musica jazz. Partecipa da allora a numerosi Festival internazionali e in tutta Europa, al fianco di musicisti come Steve Lacy, Alvin Curran, Kenny Wheeler, Misha Mengelberg, Evan Parker, Giorgio Gaslini e molti altri. Diplomatosi in conservatorio nel 1982 si dedica anche alla composizione studiando con il maestro M. Dall'Ongaro. Scrive numerose partiture di musica contemporanea per strumento solo, per quartetto di sassofoni, trio d'archi e big band. Nel frattempo cresce il suo interesse per le musiche tradizionali da cui nascono le composizioni per banda e improvvisatori, dalle quali è stato realizzato nel 1988 un album, in collaborazione con la Rai. Dal 1984 insegna sassofono al Conservatorio. Dal 1977 ad oggi ha inciso 7 album come leader e autore.
Coro Tavagna (Corsica - Francia) "Mare Nostru"
La ricchezza della musica tradizionale della Corsica costituisce un ricchissimo serbatoio per l'osservazione del passato musicale in Occidente. In particolare nelle polifonie vocali, sacre o profane che siano, è possibile scorgere una serie di stratificazioni che risalgono almeno al Medioevo e che non hanno cessato di rinnovarsi, o quantomeno di arricchirsi, fino ai giorni nostri.
Il collettivo vocale Tavagna, proveniente dall'area di Bastia, è certo una delle esperienze di punta di questi canti ma soprattutto di questo singolare e fecondissimo rapporto con la tradizione. Così il suo repertorio, vastissimo, affianca accanto alla polifonia sacra e profana tradizionale nuovi testi, esperienze di confronto con musicisti di altre aree, soprattutto una presenza nella cultura contemporanea, dentro e fuori della sua isola, estremamente vivace e aperta.
La loro presenza a Musica dei Popoli '93 intende fotografare il più possibile l'ampio spettro di situazioni in cui Tavagna cala da anni la propria attività vocale. Dal repertorio liturgico "a cappella", tradizionale, a quello profano, dove la struttura tradizionale del canto corso, la paghjella, viene spesso applicata anche a canzoni nuove, fino al rapporto ormai quasi decennale che lega il loro lavoro al jazz.
Jackie Micaelli è da anni legata ai Tavagna e ne condivide l'itinerario linguistico e culturale, con un'accentuazione tutta personale nell'ambito classico e contemporaneo, dove la sua magnifica voce ha affascinato negli ultimi anni non pochi compositori tra cui Petri e Xenakis.
Tavagna + A. Jaume, M. Montera, C. Rizzo (Corsica/Francia)
"Mare Nostru II"
L'incontro tra il jazzista marsigliese André Jaume e la polivocalità corsa risale a molti anni fa, di cui rimangono tracce concertistiche e discografiche (2 album realizzati da Jaumé con l'Ensemble Tavagna, "Incontru", del 1985, e "Piazza di luna", del 1989).
E' un incontro poetico e affettivo, basato sulla ricerca di una comune identità mediterranea tutt'altro che scontata. Il "canto" (per lui quello dei sassofoni e clarinetti, per Tavagna e la Micaelli quello delle loro voci) è la sostanza operativa di questo incontro, ma con una carica di rispetto reciproco che ha davvero pochi riscontri nelle tante operazioni di cosiddetto "cross-over" musicale dei nostri giorni. "Mare Nostru" è il tentativo, intrapreso per la prima volta al Festival di Le Mans nella primavera del '93, di aprire l'incontro ad altri artisti di area mediterranea.
Per Musica dei Popoli la scelta è caduta su Carlo Rizzo, percussionista italiano residente a Grenoble, attivo in molti gruppi di musica popolare ma anche in formazioni di orientamento jazzistico, vero e proprio mago dei tamburelli tradizionali e della loro "personalizzazione", e su Jean Marc Montera, chitarrista anche lui marsigliese, gia presente in "Piazza di luna", noto soprattutto nell'ambito del nuovo jazz europeo, ma anche studioso ed esperto di musica corsa e sarda.
Ambrogio Sparagna (Italia) "Voci all'aria"
La ricerca del legame attivo tra mondo arcaico agro-pastorale, che ancora permane nella nostra cultura seppur in forma sommersa, e la complessa condizione esistenziale contemporanea ha ispirato la scrittura di "Voci all'aria", il nuovo lavoro composto da Ambrogio Sparagna, per una singolare e numerosa orchestra composta da trenta organetti, un coro polifonico, cinque voci femminili e quattro strumentisti solisti, per un totale di oltre settanta musicisti, che viene presentato in anteprima nazionale nella rassegna "Le voci e la memoria" all'interno del Festival "Il Castello Armonico" di Fondi. La forma scelta si ispira liberamente a quella della cantata profana e si compone di vari quadri caratterizzati dall'alternanza di momenti strumentali, eseguiti dall'orchestra di organetti e dal quartetto di solisti, e da brani vocali, "a cappella" e con l'accompagnamento strumentale.
Le forme e i procedimenti musicali arcaici tradizionali, qui utilizzati accanto a modalità compositive tipiche dell'espressività contemporanea, diventano la memoria "attiva", il sistema musicale di riferimento e il supporto strutturale su cui è intessuta l'intera partitura, caratterizzata da una scrittura musicale prevalentemente orizzontale, attenta cioè a privilegiare un uso melodico delle parti. La varietà dei sentimenti descritti, caratterizzati dall'alternanza di momenti lirici del coro e delle voci soliste con situazioni di forte intensità ritmica prodotte dall'orchestra d'organetti, fanno di "Voci all'aria" un lavoro originale che continua e arricchisce il percorso artistico di Ambrogio Sparagna, proteso verso la ricerca e la rivitalizzazione della nostra musica di tradizione orale.