1992: XVII Edizione

1992: XVII Edizione

"LE GRANDI VOCI DELLA MUSICA ETNICA"
Cheb Khaled (Algeria)
Musiche e danze rituali dei monaci tibetani di Gaden Shartse (India)
Charam Nazeri (Iran)
Salamat Ali Khan (Pakistan)
Mah Damba (Mali)
David "Honeyboy" Edwards (Usa)
Mahabaratha (India)
Mandino Trio & Pharo Ensemble (Francia)
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*Concerti annullati:
Valia Mladenova Balkanska (Bulgaria)
Ozan Firat (Turchia)
Luzmila Carpio (Bolivia)
Ensemble vocale e strumentale della Mongolia

Cheb Khaled (Algeria)

«La vita culturale algerina è stata scossa dalle polemiche anche negli anni '80, a causa di un genere pop vibrante di ribellione, che parlava apertamente di desiderio sessuale, alcool e altri "volgari" argomenti occidentali. Nota come rai (opinione), questa musica è nata nella città portuale di Orano e nei dintorni, che aveva la reputazione di essere la città più cosmopolita in questo paese islamico relativamente liberale. [...]. Bandita dai mezzi di comunicazione ufficiali fino al 1985-86, la musica rai è diventata immediatamente popolare non solo tra i giovani algerini e nei quartieri africani delle città occidentali, ma anche nelle discoteche di Parigi, dov'è stata introdotta assieme al reggae, l'hip-hop e la musica da ballo tropicale. Il centro di produzione commerciale è proprio Parigi, dove le sofisticate tecniche di registrazione hanno elevato questa musica, originariamente etnocentrica, alla scena internazionale».

«Il nome "Cheb" adottato dai giovani cantanti significa "ragazzo" o "bello", e vuole porsi in irriverente contrasto col titolo rispettoso di "Cheikh" che si dava ai cantanti delle generazioni precedenti. Le donne si fanno chiamare "Chaba"».

«Khaled sembra divertirsi nel suo essere ribelle, e i suoi problemi sono stati causati dalla franchezza dei suoi testi, accompagnati da ritmi sensuali e coinvolgenti, che combinano l'erotismo di una danza del ventre con l'ipnotismo della musica dei dervisci. Testi come "il whisky è arabo, la birra è europea" e "Ehi mamma, tua figlia mi vuole" non piacciono molto ai musulmani tradizionalisti» (da Africa O-Ye! di Graeme Ewens).

 

Musiche e danze rituali dei monaci tibetani di Gaden Shartse (India)

Quando il Tibet fu invaso dalla Cina comunista, molti profughi si rifugiarono in India sotto la guida del Dalai Lama, capo spirituale e temporale dei Tibetani. Per i Tibetani in esilio divenne di fondamentale importanza l'educazione dei loro bambini e nuove scuole vennero aperte. Nella maggior parte di queste scuole l'educazione risultava fortemente influenzata dallo stile di vita indiano. Tali circostanze spinsero alcuni dei profughi a raggruppare le proprie forze e a fondare, grazie all'aiuto di pochi connazionali, un piccolo centro di educazione e cultura tibetana nel sud dell'India, che fu chiamato Shartse, in onore del famoso centro di cultura che si trova a Lasha in Tibet.

Il Gaden Shartse, o semplicemente Shartse, aprì nel 1969 con soli 48 profughi tibetani; al momento conta più di 6000 residenti tibetani tra discepoli, scrittori, studenti e amministratori. L'educazione costituisce il centro di tutti i programmi al Gaden Shartse che si pone come principale obiettivo la preservazione e lo sviluppo dell'educazione e della cultura tibetana. Non esistono restrizioni per gli studenti, qualunque sia la loro estrazione e nazionalità. Il corso di studi Shartse include letteratura e storia tibetana, tutti gli aspetti della filosofia e pratica buddhista, riti e arti, lingue ed altre materie moderne. Si impiegano in media dai 10 ai 17 anni per completare il programma.

Il programma comprende: la "Danza delle Dakinis" (divinità di meditazione), la "Cerimonia per la guarigione della terra", il "Rito del Choed", "Compassione" e "Dibattito dialettico", "Rituale esoterico del Ruel" e la "Danza dei cappelli neri" (Shanag), il "Trionfo" e la "Danza tibetana Yak".

 

 

Charam Nazeri (Iran)

Considerato un idolo in Iran per la sua voce calda e pura, Charam Nazeri utilizza il canto come un mezzo privilegiato per la ricerca mistica. E' nato a Kermanshah nel 1950 da una famiglia di musicisti e il padre lo ha iniziato al canto fin da bambino; a soli 8 anni veniva invitato alle riunioni dei soufi per cantare i poemi di Rumi. Nel 1975 vince il primo premio di canto nel più importante concorso di musica tradizionale iraniana. Nel corso della sua carriera ha spesso subìto critiche dagli "specialisti" che gli rimproverano un canto non proprio ortodosso secondo la tecnica tradizionale, ma Nazeri inventa, rinnova, sempre mantenendo una fedeltà assoluta alla sua arte.

Nazeri è accompagnato con il daf (grande tamburello) suonato da lui stesso e da alcuni musicisti kurdi suonatori di tambur (liuto a manico lungo a 2 o 3 corde) e di ney (flauto di legno). Differenti scuole e circoli soufi dell'Iran in particolare e dell'Oriente in generale hanno praticato delle forme musicali appropriate ai loro obiettivi spirituali, utilizzando gli strumenti che prediligono: il daf, il ney, il tambur, il rabab e il kemence. Alcune di queste forme sono entrate a far parte della musica "classica" persiana con la quale hanno molti punti in comune; altre sono riservate agli iniziati e si distinguono in modo fondamentale dal sistema musicale persiano. E' il caso della musica mistica suonata sul tambur che, inizialmente, non doveva essere suonata in pubblico, tuttavia accanto al repertorio sacro e dei poemi esoterici, i dervisci cantano e suonano volentieri composizioni a carattere mistico o creano arie e canti nuovi su poemi antichi e moderni, anche seguendo modelli meno specificatamente religiosi. In queste situazioni informali è ugualmente permesso l'utilizzo del tambur senza intaccare il suo carattere di strumento rituale.

 

Salamat Ali Khan (Pakistan)

Dalla fine del XVIII secolo, su un immenso territorio che va dall'Afganistan al Bangladesh, lo stile di canto classico che prevale è il kayal, genere nato dal dhrupad, che gode di un certo prestigio anche presso una parte di pubblico occidentale. Opposto al  dhrupad, alla sua forma sobria, rigida e ieratica, il kayal (lett. "immaginazione"), è un genere classico molto ricco che si è sviluppato al contatto con influenze mongole e musulmane. Genere estremamente scintillante, vivace, elastico e ricco di frasi rapide ed estemporanee (le famose taan-s), rimane comunque legato al genere dhrupad, in particolare nell'uso solistico dei raga (alap, jor, jhala) e in certe forme di oscillazione (gamak-s). Discendente da una tradizione secolare di cantanti e musicisti di corte, Salamat Ali Khan, nato nel 1934 nell'est del Punjab, è uno dei rari depositari degli insegnamenti di Sham-Chaurasi, caposcuola dello stile dhrupad.

La spartizione del vecchio impero indiano obbligò la famiglia a trasferirsi nel Pakistan nel 1947. Salamat Ali Khan è uno dei cinque figli, tutti musicisti, di Ustad Wilayat Ali Khan, celebre cantore in stile dhrupad che lo ha iniziato a questo genere. Il giovane Salamat aveva una tale predisposizione che ha debuttato in pubblico a soli 9 anni e i suoi zii materni, i fratelli Shami, celebre duo vocale dell'epoca, hanno completato la sua formazione .Salamat è accompagnato da Sahrafat Ali Khan (canto e armonium) e Naipal Radjkoumar (tabla).

 


Mah Damba (Mali)

La cultura Mandingo o Mandinka dell’antico regno del Mali è diffusa in tutta la regione del Sahel, ossia quella parte dell’Africa Occidentale che alcuni secoli fa appartenevano all’Impero del Mali, sorto dopo quello del Ghana e prima del Songhai. I Bambara del nord del Mali, i Malinke della costa di Guinea, i Djoula della Costa d’Avorio e i Bobo del Burkina Faso rientrano nella sfera della cultura mandingo.

Nata a Bamako nel 1965, Mah Damba è la figlia di Djéli Baba Sissoko, uno dei più illustri djelì (membri della comunità dei griot) del Mali. Attualmente è considerata una delle grandi voci della musica dell'Africa occidentale. Insieme ai suoi quattro musicisti, Mah Damba improvvisa basandosi sulla musica tradizionale e la interpreta con grande virtuosismo.

La straordinaria cantante maliana esegue brani del repertorio Bambara, risalente al XVI secolo, che hanno per tema le gesta epiche dei grandi personaggi dell'impero Ségou e degli animali fantastici che popolano la loro mitologia. Oltre al repertorio Bambara, Mah Damba interpreta il repertorio Mandingo e Soninké.

Gli strumenti utilizzati sono:

1) Il ngoni, liuto a 4 corde, costituito da una cassa armonica in legno di mango coperta da una pelle di mucca. Il manico può essere corto (ngoni solista) o lungo (ngoni basso). Probabile antenato del banjo americano, questo strumento è presente in tutta l'Africa occidentale sotto diversi nomi: ngoni in lingua Bambara (Mali), xalam in lingua Wolof (Senegal), tidnit in lingua Hausa (Mauritania), gambaré in lingua Soninké.

2) Il flé (in lingua Bambara) o tambi ("felce" in lingua Peul) è un flauto ricavato dal gambo di una felce. La testa è modellata nella gomma prodotta dallo stesso albero e il resto del flauto è decorato da strisce di stoffa e di pelle sulle quali sono fissate delle conchiglie tradizionalmente importate dall'Oceano Indiano.

3) La kora, arpa-liuto le cui 21 corde sono tese su un manico molto lungo, passando su un cavalletto alto; la cassa armonica è costituita da una mezza zucca svuotata, coperta da una pelle di vacca.

4) Il balafon (o bala), xilofono a 21 lamelle il cui suono viene amplificato da piccole zucche munite di filamenti di bozzoli di ragno. Si tratta di uno strumento magico; il primo balafon apparteneva, secondo il mito, al re Soumangouro Kanté che lo utilizzava per entrare in contatto con le forze dell'invisibile.

Il gruppo è composto da Mah Damba (canto), Mamaye Kouyate (ngoni), Moriba Koita (ngoni), Lansine Kouyaté (balafon) e Aly Wague (flé).

 

David "Honeyboy" Edwards (Usa)

David "Honeyboy" Edwards, è uno dei rari ed autentici bluesman del Delta del Mississippi ancora in attività. Nato nel cuore della regione del Delta, ha viaggiato a lungo con il grande Robert Johnson e con Big Joe Williams, personaggi che hanno influenzato fortemente il suo stile vocale e strumentale. Ha suonato e inciso dischi con i più grandi bluesman del nostro tempo: Muddy Waters, Charlie Patton, Robert Fetway ed altri ancora.

Il famoso etnomusicologo Alan Lomax lo ha "scovato" alla Stovell's Piantation di Memphis nel 1941 e lo ha intervistato e registrato lungamente considerandolo un originale testimone del blues, anche se per questo materiale è stata impossibile la registrazione su vinile. Negli anni '50 a Memphis registra due indimenticabili versioni dell'intramontabile "Sweet Home Chicago" per l'etichetta Sun di San Phillips, ma resteranno inedite per più di venti anni e saranno attribuite ad un oscuro pianista, Albert Williams.

Trasferitosi a Chicago attira l'attenzione del produttore Len Chesa. In seguito fa parte del gruppo originale degli Aces con Fred Below e i fratelli Myers. Nel 1969 registra quattro titoli sull'antologia "Really's Chicago Blues" e per il suo notevole contributo si guadagna l'attenzione della critica. Negli anni '70 registra infine vari album completamente acustici dove emerge la sua autenticità e la popolarità delle sue radici. "Honeboy" è accompagnato dal valente armonicista Michael Frank.

 

Mahabaratha (India) Spettacolo di musica e danza della compagnia indiana Kathakali

Kathakali è la forma più ricca e completa fra le grandi tradizioni del teatro indiano: musica, danza, azione, estetica, filosofia, religione e mito sono coinvolti in uno spettacolo proposto da numerosi danzatori e musicisti, al contrario della danza solistica Kathak del Nord dell'India, o del Bharata Natyam del Sud dell'India. Le radici del Kathakali si trovano nel Teatro Sanscrito (II - VIII secolo a.C.). Nel lontano Stato del Kerala (India meridionale), il Teatro Sanscrito sopravvisse nella forma teatrale Kuttyattam. Il Kathakali, come lo conosciamo oggi, si originò nel XVII secolo, incorporando sia la tradizione sanscrita, sia la tradizione popolare del sud.

In Occidente ci si riferisce a questa forma teatrale come opera, dramma danzato, pantomima, ma in realtà nessuna di queste parole esprime pienamente il concetto fondamentale del Teatro Indiano, in cui il testo e la sua rappresentazione scenica si fondono nella musica, nella danza e nell'azione. Per rappresentare il testo, l'attore ha quattro mezzi espressivi a propria disposizione: la musica (vocale e strumentale), i gesti (delle mani e del corpo, i passi di danza), l'espressione facciale e l'aspetto (il costume e il trucco). Gli affascinanti costumi e l'elaborato trucco, gli stilizzati movimenti pieni di energia, le evoluzioni del canto e dei tamburi fanno del Kathakali uno spettacolo unico e altamente suggestivo. Tuttavia, è la sottile espressione delle emozioni la "spina dorsale" di questo Teatro. L'attore del Kathakali è infatti in grado di controllare ogni singolo muscolo facciale, mentre l'elaborato trucco sottolinea la chiarezza delle espressioni.

La troupe teatrale Kathakali è formata da sedici danzatori e musicisti del Kalamandalam e presenta la tradizione del Kathakali attingendo dalle grandi epiche indiane del Mahabaratha e del Ramayana.

 

Mandino Trio & Pharo Ensemble (Francia) Musica degli zingari "Manouche"

Il jazz manouche si colloca tra blues e folklore, all'ombra dell'esempio di Django Reinhardt. Dei legami tra musica zigana e afroamericana si parla da sempre: popoli déracinés, sradicati, senza radici entrambi, i primi sparsi nel mondo a partire dall'India, i secondi deportati, ed entrambi destinati a vivere in società che non riconoscono loro qualità specifiche.

Agli zingari non è capitato di poter sviluppare un linguaggio di portata analoga a quella del jazz: ma di questo si sono impadroniti, affiancandolo, come capita nella tradizione manouche, ai sentori di bossa nova e di musica da danza gitana, alle csardas e ai temi classici. una mescolanza di elementi eterogenei, specifici e stranieri, che dà origine a una musica di spiccata originalità, tale da averne fatto l'attributo distintivo di una comunità. E non è tanto il "materiale" a caratterizzare questa musica in chiave zigana, bensì l'"interpretazione", qualcosa che serve a distanziare il materiale di partenza.

In questo senso anche il blues finisce per contribuire all'espressione manouche: non tanto la tecnica blues, quanto piuttosto il suo spirito, il feeling, analogamente a quanto accade con il flamenco per gli Andalusi o il fado per i Portoghesi.

Mandino, la cui musica è ispirata all'esempio di Django, è un chitarrista egualmente conosciuto nel mondo manouche e in quello jazz; Pharo è un giovane violinista di talento, dotato di un eccezionale vibrato. In trio con contrabbasso e chitarra suona musica d'origine balcanica piegando volentieri il suo violino a soluzioni swing.

 

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