1988: XIII Edizione

1988: XIII Edizione

"SUONI DELL'ASIA"
Orchestra della Toscana (Italia)
Concerto per sitar e tabla di Subroto Roy Chowdhury e Asit Pal (India)
Musiche e danze di Sri Lanka (Sri Lanka)
Orchestre gamelan e danze di corte di Yogyakarta (Indonesia)
Musica e danze della regione del singkiang (Cina)
Canto, musica e danze della Mongolia (Mongolia)
Coro e orchestra di koto (Giappone)
Steve Lacy Sextet (Usa)
Concerto di santur e zarb di Majid Kiani (Iran)
Musica e danze tradizionali del Tadjikistan (Tadjikistan)

 Orchestra della Toscana Tribute to Asia
L'Orchestra Regionale della Toscana, diretta da Vinko Globokar, offre un tributo all'Asia e alla sua musica con un repertorio ispirato all'Estremo Oriente: "French Gagaku" di Pierre Barbaud, "Loyang" per orchestra da camera (1962) di Isang Yun e "Sept Haikai, esquisses japonaises" (1962) di Olivier Messiaen.
Vinko Globokar, nato nel 1934 a Andemy, in Francia, ha studiato presso il Conservatorio di Parigi dove ha vinto un premio di trombone e di musica da camera, frequentando inoltre i corsi di composizione con R. Leibowitz e L. Berio. Fra i momenti più significativi della sua carriera sono da ricordare l'insegnamento presso i "Corsi Estivi" di Darmstadt e presso la Scuola Superiore di Colonia, la fondazione del gruppo d'improvvisazione New Phonic Art nel 1969 e l'attività in veste di responsabile delle ricerche vocali e strumentali presso l'IRCAM a Parigi dal 1974 al 1979. Collabora con molti autori fra cui Luciano Berio che ha scritto per lui la sua Sequenza V. Alterna l'attività di compositore a quella d'interprete. Tutte le sue opere sono edite dalla Verlag di Francoforte.

Concerto per sitar e tabla di Subroto Roy Chowdhury e Asit Pal (India)
Subroto Roy Chowdhury, nato a Calcutta nel 1942, è stato guidato nell'apprendimento della musica da eminenti maestri come Nirmal Chakravarty, Suresh Chakravarty, Radhika Mohon Maitra e Birendra Kishore Roy Chowdhury, diventando rapidamente uno dei maggiori interpreti di musica classica indiana.
E' noto non solo per il suo rispetto dei canoni tradizionali, ma anche per la sua inventiva e la forte personalizzazione di uno stile che combina sapientemente il senso estetico, la creatività, il virtuosismo e le conoscenze accademiche. Per questo è considerato il più progressivo tra i tradizionalisti, perchè riesce ad associare in una sintesi logica le espressioni musicali antiche e moderne. Le sue improvvisazioni sono note per il loro fascino melodico e l'armonica fusione di musica classica e musica popolare, evidenziata dal suo rapporto col sitar, insieme razionale ed emotivo.
La sua apertura verso altre espressioni musicali, anche non orientali, ha portato a produzioni come "Explorations", un disco realizzato insieme al sassofonista Steve Lacy, in cui la musica classica indiana si incontra con il jazz in un approccio basato sulla reciproca comprensione e il rispetto tra due musicisti provenienti da due mondi diversi.

Musiche e danze di Sri Lanka (Sri Lanka)
La danza tradizionale singalese consiste di forme coreutiche sviluppatesi dalla popolazione predominante dei Sinhala, vagamente rassomiglianti alle due forme di danza classica indiana: Bharatha Natyam e Kathakali. Ma le danze dello Sri Lanka (ex Ceylon) sono una creazione originale del popolo singalese, prodotto della fusione con la componente minoritaria Tamil residente nel nord-est dell'isola e nelle aree collinari. Il famoso trattato in sanscrito sulla musica e la danza scritto da Bharata, forse tra il II secolo a.C e il III d.C., distingue una forma di danza pura (Nritta), di danza espressiva (Nritya) e dramma (Natya). Secondo la definizione di Bharatha, la danza singalese rientrerebbe nel tipo Nritta, differenziandosi così da Kathakali e Bharatha Natyam che rientrano nella categoria Nritya.
La danza singalese implica l'uso di movimenti simbolici del corpo, l'abilità dei passi e le strenue acrobazie per descrivere le storie. Si distinguono due stili: "Low country dance", diffusa nelle regioni costiere a sud di Colombo, nota anche come "Davil-dancing" per la sua natura esorcistica, e "Up-country dancing", conosciuta anche come la "scuola Kandy", fiorente nelle province del precedente regno Kandyano. Fondato nel 1980, il National Youth Council Dance Ensemble dello Sri Lanka ha lo scopo di mantenere e diffondere le antiche forme di danza singalesi. I brani vocali sono eseguiti da Ivor Dennis, allievo del M° Sunil Shanta.

Orchestre gamelan e danze di corte di Yogyakarta (Indonesia)
Nonostante i turbolenti avvenimenti degli ultimi secoli, il Sultanato di Yogyakarta non ha perso quasi nessuno dei suoi principi aristocratici. Al contrario, ancora oggi hanno luogo grandi cerimonie e solenni festività secondo l'antico protocollo, che mostrano il fasto dei potenti regni di Giava. Ma poiché la natura feudale del Sultanato dovette aprirsi e rendersi più accessibile, la tradizione culturale nata all'interno delle corti subì un leggero effetto negativo, e specialmente le danze di corte videro un declino qualitativo.
Il presente Sultano Hamengkubuwono IX si prese molto a cuore la situazione, e diede ordine di promuovere e riabilitare le danze di corte ed il repertorio classico, attraverso la creazione di un nuovo gruppo di danzatori che fosse in grado di riportare la danza classica al livello artistico e allo standard qualitativo della tradizione giavanese. Il gruppo Suryo Kencono ('Sole dorato'), formato da 24 danzatori e musicisti, è famoso per la capacità con cui presenta sia le danze di corte che il repertorio classico tradizionale di Yogyakarta.
Definitasi probabilmente verso la fine del sec. XIII, il gamelan è stato conosciuto in Europa solo nel secolo scorso. I vari strumenti che lo compongono eseguono la stessa melodia con varianti ritmiche e ricche figurazioni ornamentali, dando luogo a una sonorità complessa e timbricamente poliedrica. L'orchestra gamelan giavanese è composta da: saron, gender (metallofoni), bonnang (gong di bronzo), rinchik (cimbali), gendang (tamburo a barile), gong ageng (coppia di gong) e rebab (violino di origine araba).

Musica e danze della regione del singkiang (Cina) "La via della seta"
La provincia cinese del Singkiang (antico Turkestan orientale) situata fin dai tempi antichi al crocevia di importanti strade commerciali, si estende dal Pamir, alla frontiera con l'Afghanistan e il Pakistan, fino al deserto del Gobi, attraverso le catene montuose del Pinyin e dell'Altai. La popolazione è composta da diversi gruppi etnici: Uiguri, Kazaki, Kirghisi, Uzbeki, Mongoli, Cinesi Han, insieme a un'esigua monoranza tibetana.
Gli Uiguri e gli Uzbeki di origine turca hanno un repertorio musicale basato sul muqam, eseguito sul rewap (liuto), che ha molti aspetti in comune con il Vicino e Medio-Oriente islamico, mentre le musiche dei Kirghisi e dei Kazaki sono incentrate sulla figura del bardo, chiamato akyn (cantastorie). Specialista del repertorio epico, del panegirico e della canzone di circostanza, l'akyn accompagna il suo canto con il liuto a manico lungo: il dombra (a due corde) presso i Kasaki, e il khomuz (a tre corde) presso i Kirghisi.
Il p'ip'a, liuto a 4 corde di seta e corpo piriforme, e l'oboe guanzi o guan, le cui origini appartengono all'Impero Centrale, rappresentano gli strumenti musicali più importanti della tradizione dei popoli di lingua cinese: il liuto veniva usato nella musica d'intrattenimento a corte, e l'oboe era suonato soprattutto nella musica di teatro tradizionale nelle piccole orchestre.

Canto, musica e danze della Mongolia (Mongolia)
Il popolo mongolo vive oggi in un'area geografica che è stata oggetto di una divisione politica tripartita: la Repubblica Popolare della Mongolia, l'ex-URSS e la Mongolia interna congiunta alla Cina Popolare. Da migliaia di anni, ad imitazione della natura ad un tempo selvaggia e benevola, si canta in Mongolia il khoomei (xöömij), ossia il canto difonico. E’ un canto in cui si possono distinguere due diverse altezze di suono eseguite contemporaneamente da una sola persona. Il canto armonico (throat-singing) è costituito da un suono nasale relativamente costante corrispondente al suono fondamentale o bordone e da un insieme di suoni acuti o armonici che disegnano la linea melodica. La difficile tecnica del canto khoomei, che si impara sino dall'infanzia, permette di distinguere 5 tipi di difonie che corrispondono a 5 risuonatori del corpo umano, per cui si ha il khoomei nasale, dentale, palatale, gutturale, ventrale.
Un'altra forma musicale mongola, chiamata "orten toh" o canto lungo, riece a dare a chi l'esegue e chi l'ascolta la misura dello spazio reale dello spazio mitico. L'orten toh si suddivide in tre forme che caraterizzano tre tendenze: il canto corto viene definito in base al repertorio e all'impostazione della voce, a scatti, ritmica e organizzata spesso in ritornelli; il canto medio è basato sulle canzoni d'amore e le melodie delle celebrazioni festive; il canto lungo propriamente detto diviene il simbolo dell'infinito; la voce sviluppa ornamenti molto ricchi ed esprime l'emozione del cantante per mezzo di virtuosismi e improvvisazioni, all'interno di un repertorio sacro e filosofico. Come il khoomei, l'orten toh permette la creazione di immagini: la musica rappresenta simbolicamente le montagne le steppe, le foreste, i laghi, ecc.
Per quanto riguarda gli strumenti, tra le circa 20 etnie della Mongolia ne esistono numerosi, sia a corde che a fiato. Lo strumento nazionale è il morin-khour (morin-chur o morin-xuur), strumento ad archetto con cassa di risonanza lignea a forma di trapezio isoscele, con fasce di legno poco profonde e superficie di pergamena, molto simile al rebab arabo. Le due corde di crine di cavallo sono accordate per quinte e il manico termina con una testa di cavallo. Questa curiosa forma ha dato luogo ad una leggenda, secondo cui lo strumento sarebbe nato dalle carezze date dal padrone al suo cavallo morto. Tanto fu il dolore del cavaliere che il cavallo si trasformò in uno strumento musicale, così da accompagnare il lamento del suo padrone.

Coro e orchestra di koto (Giappone)
“Jihpen” è il nome con cui i Cinesi chiamavano “il paese dell’origine del Sole” (in giapponese “Nippon”). Il koto, derivato dal cinese k'in, introdotto in Giappone circa 1300 anni fa, era apprezzato inizialmente come strumento di acompagnamento della musica di corte e delle antiche ballate. Attraverso i secoli la tecnica e la musica per koto sono state tramandate di generazione in generazione per via orale. Solo intorno al 1630, Kengyo Yatsuhashi, il più grande maestro di koto, ha trascritto quelle che si supponeva fossero le prime musiche giapponesi per koto. Più tardi altri due giapponesi, Kengyo Ikuta e Kenyo Yamada, hanno sistematizzato le teorie relative agli arrangiamenti della musica per koto. Queste due teorie fondamentali sono state trasmesse fino ad oggi con i nomi "Yamada ryu" (scuola Yamada) e "Ikuta ryu" (scuola Ikuta), che sono attualmente le due più importanti scuole di musica per koto.
All'inizio del XX secolo la musica per koto ha cominciato ad essere influenzata dalla musica occidentale. Il più grande maestro contemporaneo, Michio Miyagi, è riuscito a creare nuove armonie contribuendo all'ampliamento del repertorio per koto, che oggi comprende composizioni che prevedono l'uso di strumenti musicali occidentali. Lo strumento, dalla sua comparsa in Giappone, ha subìto varie modifiche e trasformazioni. Attualmente il koto è dotato di 13 corde di seta, tese su una cassa armonica di legno della lunghezza di circa 1,80 metri, e sorrette da ponticelli mobili (jiki). Il musicista, inginocchiato davanti allo strumento, usa tre pezzetti d'avorio stretti al pollice, all'indice e al medio della mano destra con strisce di cuoio.

Steve Lacy Sextet (Usa) "Japanese Blues"
Fu verso la fine degli anni '50 che Steve Lacy e altri personaggi chiave del jazz contemporaneo incontrarono l'Oriente: l'incontro fu insieme filosofico e musicale. Alla scoperta della modalità delle musiche orientali, dunque di uno sviluppo dell'improvvisazione del tutto nuovo per la cultura afroamericana, si accompagnò la ricerca di riferimenti filosofici ed esistenziali alieni all'eurocentrismo WASP di marca yankee. Tutto questo in un'apertura cosmopolita che certo cominciava a individuare la Grande Madre Africa, ma che cercava anche in culture lontane, poco mercificate, poco riducibili agli schemi bianchi e occidentali, il nucleo di un'autonomia che voleva essere insieme di vita, di cultura e di linguaggio.
Per Lacy, ebreo newyorkese di origine russa, non ancora venticinquenne, sono quelli gli anni decisivi. Dopo il folgorante apprendistato dixieland, gli anni 1956-57 significano per lui Gil Evans, Cecil Taylor e soprattutto Theolonius Monk, cioè l'incontro con le personalità più importanti per il suo sviluppo e per la sua musica. In pari tempo, e con la stessa rigorosa partecipazione, Lacy incontra la filosofia e la musica indiana, la letteratura tradizionale cinese e le sue implicazioni musicali, il complesso pensiero Zen. Tutte queste informazioni, assemblate con un pragmatismo di fondo che era e resta profondamente jazzistico, sono l'enorme bagaglio da cui Lacy non si separerà mai; da questo ha continuato e continua a pescare nelle sue peregrinazioni musicali ed esistenziali, fino alla piena maturità parigina dei giorni nostri e al suo impareggiabile sestetto.
I Japanese Blues dunque non sono altro che un capitolo di una storia lunghissima e intensamente vissuta, che lo ha portato tra l'altro a lavorare spesso a fianco di veri musicisti tradizionali, come l'indiano Subroto Roy Chowdhury o il giapponese Masa Kwate. Dopo il ciclo del Tao e la sua lunga e felice persistenza nel repertorio di Lacy, questi blues giapponesi sono in realtà la riflessione sulla poesia giapponese dell'epoca classica: una riflessione lunga, ormai maturata in anni di tentativi.

concerto di santur e zarb di Majid Kiani (Iran)
Benché il termine abbia un senso più esteso, il radif designa l'insieme dei 12 sistemi modali iraniani e i loro derivati, che organizzati secondo un ordine stabilito dai maestri, costituiscono la base della musica classica iraniana. Questi 12 sistemi modali si chiamano avaz e i 7 più importanti di loro sono chiamati dastgah. Ognuno di questi sistemi è costituito da una successione di sequenze melodiche che si concatenano: i gusheh. Nel momento dell'esecuzione, il musicista può suonare un avaz seguendo l'ordine stabilito dal radif, oppure può improvvisare. L'improvvisazione nella musica iraniana consiste nello scegliere tra i gusheh esistenti e concatenarli mediante ponti impercettibili. Il musicista non può in nessun caso inventare melodie originali.
Nell'improvvisazione si distinguono vari livelli:
1) si riproducono le melodie nel proprio stile personale (tempo, ritmo, ornamentazioni, tecniche) e si compie una scelta tra i gusheh secondo il proprio gusto;
2) si esegue il radif come sopra, parafrasando qualche passaggio; i gusheh vengono allungati e sviluppati, si trovano delle transizioni originali per passare da uno all'altro;
3) quando l'apporto personale supera i livelli precedenti si arriva alla "grande improvvisazione".
Se i passaggi tra due gusheh sono particolarmente sviluppati, ben costruiti e originali, si tratta della creazione spontanea di un gusheh, il traguardo più difficile da raggiungere; un musicista capace di questo può considerarsi libero dal formalismo del radif, e può suonare secondo il proprio intuito. Questa pratica si chiama morakab navazi: partendo da un dastgah, si passa liberamente attraverso altri prima di ritornare (e terminare) al punto di partenza.
Il santur è una cetra trapezoidale di origine orientale molto antica e attualmente diffusa in Iran, Medio Oriente e Asia Centrale. E' costituito da una cassa a forma di trapezio su cui sono tese le corde sollevate da ponticelli mobili di legno duro. Il santur si suona percuotendo le corde con due bacchette di legno con l'estremità ricurva. In Irak, Turchia e India del nord si usano bacchette abbastanza pesanti per sfruttarne il rimbalzo naturale per gli abbellimenti; in Iran si usano bacchette leggerissime e gli ornamenti si ottengono alternando i colpi destri e sinistri. L'apparizione del santur nella musica colta persiana è relativamente recente e non figura in nessuna rappresentazione antecedente all'epoca Qajar (XIX sec.).
Majid Kiani è riuscito a far rivivere una tradizione pressoché scomparsa da una trentina d'anni, mediante la ricostruzione e la pubblicazione di tutto il repertorio tradizionale del santur.

Musica e danze tradizionali del Tadjikistan (Tadjikistan)
La popolazione del Tadjikistan appartiene allo stesso gruppo etnico dei persiani, parla la lingua Parsi mescolata con parole arabe ed è di religione musulmana sunnita. La musica e la danza fanno parte della vita individuale, familiare, della comunità del villaggio: tutte le feste familiari, le celebrazioni civili e le cerimonie religiose si svolgono in un'atmosfera musicale. Si possono distinguere tre generi musicali principali: la musica classica, la musica popolare, la musica religiosa.
Il shashmaqom, musica classica eseguita da piccoli gruppi, è suonato sia dai contadini che dai musicisti che insegnano nei conservatori della città. La musica popolare modale, come anche il shashmaqom, appartiene al sistema turco-arabo-persiano, e si esprime in diverse forme.
Sia gli inviti alle feste profane che alle manifestazioni religiose vengono fatti da gruppi strumentali con strumenti a fiato; i cantastorie khondan bagoulou narrano con una voce di gola le innumerevoli storie del "Gurguli", la ricca e avventurosa epopea dei conquistatori della "via della seta". Il falak, o musica del cielo, consiste in una lunga invocazione eseguita da una sola voce che tenta di stabilire il contatto tra Dio e l'uomo solitario. Il cantante impiega quasi sempre dei modi in minore su cicli di ritmi dispari (in genere 5/8).
I canti basem, eseguiti dagli uomini nelle cerimonie matrimoniale, imitano spesso il passo del cavallo o del cammello. Questi canti si caratterizzano per la molteplicità dei ritmi del cantante, che è anche danzatore, e per la potenza della sua voce. Anche le donne impiegano tre tipi di emissione vocale: gutturale, nasale e a falsetto, cantando ad esempio delle ninne-nanne semimprovvisate. Le danze, eseguite sia dagli uomoni che dalle donne, possono essere descrittive o mistiche: al primo genere appartengono le danze che si riferiscono ai mestieri, al secondo genere, più astratto, le invocazioni, le preghiere. Il nucleo del gruppo del Tadjikistan, proviene dal villaggio di Karatag (sulle Montagne Nere), alla frontiera con l'Uzbekistan. Il gruppo è composto da 16 persone e presenta solamente alcuni aspetti della ricca e vasta cultura del Tadjikistan.

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