LOTFI BOUCHNAK

La musica orientale di un arabo occidentale Quanti attributi, tra sogni fantasie e desideri, ha per noi la parola oriente. Sembra già contenere un’idea di sorgente sonora oltre che luminosa. Ma la relatività geografica dei punti cardinali associata alla complessità del mondo arabo ci disorienta. I nostri punti di riferimento, musicalmente parlando, rivelano tutta la loro fragile parzialità. Le divisioni in generi, con cui orientiamo il nostro orecchio verso le musiche più in sintonia con la nostra storia personale, sono relative alla nostra cultura e non corrispondono alla fluidità del vasto mare delle modalità, il Mediterraneo, nel quale le civiltà musicali si sono tramandate non solo attraverso la scrittura ma anche per tradizione orale. Tendiamo ad associare il concetto di “classico” alla visibilità (referenziale) della scrittura piuttosto che alla virtualità della memoria e difficilmente cogliamo le differenze fra l’ethos radicato nel sapere musicale tradizionale e l’imitazione delle sue forme espressive esteriori. Orientativamente ci sono tante musiche quanti i paesi che formano il cosiddetto “mondo arabo”, anche se la sua relativa unità linguistica tende a mascherare, al nostro orecchio, le differenze, ma in epoca moderna alcune hanno prevalso sulle altre finendo per uniformare parte degli stili regionali. L’esempio più evidente è quello della musica egiziana del Novecento, i cui modelli sono stati diffusi, grazie a disco, cinema sonoro, radio e poi televisione, dal Marocco all’Iraq, ossia in tutto il Maghreb e in tutto il Mashreq (dall’Egitto alla Mesopotamia), rispettivamente Occidente e Oriente del lessico geografico arabo. Ecco che i nordafricani quando si riferiscono alla musica egiziana, libanese o siriana parlano di musica orientale. Questa è la prospettiva nella quale dobbiamo collocare Lotfi Bushnaq se vogliamo orientarci a partire dalla sua città natale, Tunisi, senza cadere nell’ovvietà orientaleggiante che assocerebbe la sua splendida voce a bianche moschee che si stagliano su tersi cieli azzurri e al calore delle distese di sabbia del Sahara; in quella giornalistica nelle cui espressioni iperboliche il virtuosismo vocale si confonde con i tratti della sua esuberante personalità; o nel riflesso condizionato dalla scelta di Pino Daniele di inserire la sua voce nella prima canzone del disco Medina. Da un punto di vista artistico Bushnaq è un eclettico testimone del nostro tempo e naviga tra le contraddizioni sonore con la disinvoltura di un vecchio capitano, nonostante i suoi quarantotto anni. Segue l’onda radiofonica e televisiva della cultura di massa con canzoni costruite nel suo studio d’incisione, ridondanti e ammiccanti, ed emoziona le platee più disparate, dalla piccola sala al grande anfiteatro, come ad esempio quello di Cartagine, riportando il pubblico alle sorgenti della musica d’arte attraverso superbe improvvisazioni vocali accompagnate da un solo strumento tradizionale. Se oggi il suo nome è noto in tutto il mondo arabo, caso raro per un musicista maghrebino e consueto invece per quelli egiziani libanesi o siriani, è per le sue doti di raffinato interprete della tradizione “orientale”, ricca di intervalli microtonali con la varietà dei suoi maqamat (scale modali); dal punto di vista dei sistemi musicali della tradizione il Maghreb è diatonico e il Mashreq enarmonico, nel senso greco antico del termine. Come se non bastasse non solo le differenze tra i generi, ma anche i concetti di proprietà artistica e intellettuale sono molto più sfumati. Anche quando si canta un motivo noto di cui si conosce la fonte, sia essa quella individuale di un determinato musicista o il frutto collettivo di anonimo, autore e interprete si fondono spesso nella pratica di una cultura musicale che è essenzialmente arte della improvvisazione, ossia somma di memoria, ispirazione e rispetto. Nel solco della tradizione il programma di un concerto è frutto della concatenazione, lungo la dorsale modale della wasla (suite), di brani strumentali e vocali interpolati da parti improvvisate canoniche, come taqsim e layali e mawwal. I movimenti vocali corrispondono a differenti forme, letterarie prima ancora che musicali, come la poesia monorima di antica origine preislamica, qasida, e la poesia strofica con ritornello di origine medievale, muwashshah, a cui nel tempo si sono aggiunte forme moderne, come il dawr frutto del sincretismo della cultura egiziana dell’inizio del Novecento. Se come nel caso di Bushnaq l’artista segue modelli formali della tradizione, anche e soprattutto in senso metrico, strofico e poetico - non dobbiamo dimenticare che siamo di fronte ad un arte vocale per eccellenza, quella della poesia cantata - riadattando tali modelli alla propria sensibilità e al proprio gusto e sentendosi perciò autore oltre che interprete, non sappiamo mai esattamente dove finisce il passato e comincia il presente. Scrivere oggi una qasida, nella cui filigrana formale era un tempo esaltato il mondo delle tribù beduine dei deserti arabici, o un dawr , dal quale già emerge la moderna dialettica tra improvvisazione, la forza della tradizione orale, e composizione, la creazione individuale della canzone d’autore nata anche dal confronto con modelli culturali europei, è un modo di mantenere viva la propria identità culturale: per alcuni è tornare sui propri passi ma per altri è seguire il proprio cammino. Come è consuetudine nel contesto della musica d’arte tradizionale del Vicino Oriente Bushnaq preferisce non vincolare il programma ad una scelta aprioristica del maqam e della sequenza di specifici brani, quanto piuttosto privilegiare le potenzialità offerte dal percorso modale della wasla scegliendo, guidato dall’intuito e in accordo con l’atmosfera del luogo, quali versi intonare al momento dell’esecuzione, senza dimenticare il maluf, patrimonio musicale di origine andaluso-maghrebina squisitamente tunisino. Paolo Scarnecchia

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