PROGRAMMA

Venerdì 4 ottobre

ENZO AVITABILE E I BOTTARI DI PORTICI (Italia)

Il conservatorio. Il pop. Il ritmo afro-americano. La musica antica della Pastellessa e della Zeza e il canto sacro. Enzo Avitabile ha vissuto la sua incredibile e sfaccettata carriera nella ricerca di un suono inedito, non solamente originale ma vitale ed essenziale. Demolendo ogni sovrastruttura mercantile, ogni moda. Queste le vere note biografiche del cantante, compositore e polistrumentista nato a Marianella, quartiere popolare di Napoli nel 1955 . Da bambino, Avitabile ha studiato il sassofono; da adolescente si è esibito nei club napoletani affollati dai clienti americani. Quindi si è diplomato nella disciplina del flauto al Conservatorio di Napoli e ha iniziato a collaborare con artisti pop e rock di tutto il mondo; l’elenco dei suoi progetti e dei suoi contributi ai grandi della musica è interminabile, da James Brown a Tina Turner, da Pino Daniele a Giorgia, Francesco Guccini, Franco Battiato, Bill Laswell, Manu Dibango, Mory Kante, Afrika Bambaataa, Bob Geldof, David Crosby e molti altri, ma muovendosi sempre sotto un cielo assolutamente personale, mai comune.

Nel 2004 Enzo Avitabile, decide di non rinunciare al patrimonio lessico/musicale della sua terra ed è in questo periodo che nasce la voglia di incontrare, in un progetto musicale completamente nuovo, i Bottari di Portico ensemble che fa del ritmo ancestrale la sua unica fede. Sul palco, botti, tini, falci, strumenti atipici diretti dal capopattuglia cadenzano antichi ritmi processionali che sono sana trance: non techno, ma “folk”.

Una proposta innovativa in cui fonde il personale sound con la tradizione di questi percussionisti, le cui origini risalgono al XIII Sec. «Ormai era diventato indispensabile disamericanizzare il mio linguaggio musicale», diceva Avitabile. E c’è senz’altro riuscito. Da questa esperienza con i Bottari, è nato “Salvamm’ ‘o munno” che ha ottenuto ben 4 nomination ai BBC World Music Award – due nel 2004 e altri due nel 2005, nelle categorie Miglior audience radiofonica e Miglior gruppo world-europeo, album specialissimo perché spazia dal canto liturgico ai tradizionali a fronna.

Venerdi 11 Ottobre

L’orchestra dei Braccianti

   Combattere il caporalato con l’arma della musica. Con questa missione è nata l’Orchestra dei braccianti, un

L’ORCHESTRA DEI BRACCIANRI

progetto che riunisce musicisti, lavoratori agricoli e migranti di varie nazionalità uniti dal forte legame con  la terra.

   Ne fanno parte 18 elementi, provenienti da 9 pesi diversi: Italia, Francia, Gambia, Ghana, Nigeria, Libia,
Tunisia, India e Stati Uniti.

   Tra loro vi sono giovani che hanno vissuto il dramma della migrazione e che oggi vivono nei ghetti o nelle campagne.

   Come Joshua, cantante e tastierista nigeriano emigrato passando per la Libia nel 2017 e poi impiegato nella raccolta dell’uva e dei meloni in Puglia.

    O come Adams, partito dal Gambia due anni fa e oggi residente nel più grande ghetto d’Italia, Borgo Mezzanone. Accanto a loro suonano musicisti quali Marzouk Merjri, cantautore e polistrumentista tunisino che vive a Napoli,
Luca Cioffi, specializzato in percussioni indiane (tabla) e sudamericane che lavora come agricoltore in Campania, Sergio Caputo e Sandro Joyeux. Grazie al lavoro del direttore artistico Alessandro Nosenzo – che è anche voce e chitarra dell’Orchestra – è stato possibile creare questo mix di talenti emergenti e consolidati con la missione di tradurre in musica tematiche dal forte impatto sociale.

   In questi anni abbiamo portato avanti ricerche e campagne sui temi dell’agricoltura delle filiere alimentari, per denunciare le cause dello sfruttamento del lavoro nei campi e l’insostenibilità di un’industria che troppo spesso produce povertà, segregazione e diseguaglianza.

Con l’Orchestra dei braccianti vogliamo dare voce a chi subisce gli impatti sociali di un sistema iniquo, a chi vive nei ghetti, a chi si batte per i diritti dei lavoratori della terra.
L’Orchestra dei braccianti, sostenuta dal Fondo di Beneficenza di Intesa Sanpaolo, si inserisce all’interno del progetto “Voci Migranti“, finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo.

Sabato 12 Ottobre

J.P.BIMENI & The BLACK BELTS in concerto

DA RIFUGIATO A SOUL MAN
“Free Me” è deep soul all’ennesima potenza, come solo chi ha sofferto veramente può interpretare.
Nel suo album di debutto “Free Me”, J.P. Bimeni sorprende con una voce che ricorda quel soul del primo Otis Redding, in cui risuona l’anima dell’Africa.
Rifugiato a Londra fin dai primi anni 2000, le canzoni di Bimeni ci parlano di amore e perdita, speranza e paura, con una convinzione che arriva dalle esperienze straordinarie con cui la vita lo ha messo alla prova.
Discendente di una famiglia reale burundese, Bimeni lascia il suo paese all’età di 15 anni durante la guerra civile. Sopravvivendo a tre episodi in cui la sua vita rimane appesa a un filo, ottiene infine lo stato di rifugiato e fugge nel Regno Unito. Si trasferisce a Londra nel 2001, dove abbraccia le infinite possibilità musicali che la città offre: jam sessions con la band di Roots Manuva, serate open mic insieme a Shingai Shoniwa dei Noisettes, ed un incontro con una Adele allora adolescente.
La musica gli offre una tregua e gli dà respiro in quei giorni in cui Bimeni, da solo, ricomincia la sua vita nel Regno Unito. “In Galles per la prima volta comprai della musica – dischi di Ray Charles, Otis Redding, Bob Marley e Marvin Gaye”. Artisti che ispireranno poi le sue canzoni. Nel 2017 è nato il suo progetto insieme ai Black Belts – Rodrigo Diaz “Nino” (batteria e percussioni), Pablo “Bassman” Cano, Fernando Vasco “Two guns” (chitarra), Ricardo Martinez (tromba) e Rafael Diaz (sax). Con loro Bimeni registra l’album “Free Me” a Madrid, durante l’inverno del 2017.
Ispirato dalle classiche sonorità anni 60 di Motown e dai grooves della Stax, Bimeni impregna questi racconti di amore e perdita con le sue tragiche esperienze, rendendo “Free Me” una profonda colonna sonora soul per la sua vita sofferta.
In “Free Me”, alle jam funk si susseguono profonde ed accorate ballad provenienti dal southern soul, con un’atmosfera unica presente in tutto questo capolavoro, grazie a quel suo edificante stile africano. Che si tratti del funk di “Honesty”, della ribelle ed ispirata “Fade Away” o della commovente “I Miss You”, in ogni situazione Bimeni dimostra una incredibile profondità con la sua estensione vocale. Il fatto che Bimeni abbia vissuto un’esistenza fuori dall’ordinario e viva per raccontare questa storia rende queste canzoni ancora più significative.
“Quando mi trovavo nel mio letto di morte, dopo che mi spararono, chiamarono un prete per darmi l’estrema unzione” ricorda lui. “Ho guardato il prete e ho detto ‘Non sento che morirò. Sento che vivrò a lungo, conoscerò il mondo e proverò a me stesso che il mondo non è soltanto odio o omicidi’”.
Quel soul che solo chi conosce la vera sofferenza sa interpretare.

Giovedì 17 Ottobre

BARMER BOYS (India/Rajasthan)

I Barmer Boys sono la nuova generazione di performer che porta avanti le centenarie tradizioni musicali dei Manganiyars, comunità musulmane originarie del confine tra Pakistan e il distretto di Barmer e Jaisalmer in Rajasthan.

Ambasciatori della musica folk e sufi contemporanea di questa regione dell’India, la versatilità di stile del gruppo e la trascinante energia che infondono in ogni esibizione, rendono i Barmer Boys una band assolutamente da vedere. Sufi kalaams pieni di sentimento, canzoni celebrative e musica da matrimoni indiani, brani che parlano d’amore e ricordi si alternano a travolgenti jams con beat-boxing e Dj set live.

Si sono formati nel 2011 durante un festival a New Delhi, cui seguono Tv, clubs, matrimoni e concerti attraverso tutta l’India, in Nord America, Europa e Asia, ma è nel 2014 che avviene il loro debutto internazionale al Roskilde Festival dove si esibiscono prima dei Rolling Stones.

Un’esperienza unica, una sintesi di tradizione, contemporaneità, un pizzico di follia che i Barmer Boys regalano ad ogni loro concerto.

Venerdì 25 Ottobre

Sun Ra Arkestra + James Brandon Lewis 5t

   Cosa si può fare di meglio per festeggiare i 40 anni di Musica dei Popoli se non invitare un gruppo leggendario che a Musica dei Popoli è già stato ospite in una edizione eccezionale, quella di AMERICAMUSICA del 1986, in cui Sun Ra e i suoi ragazzi si esibirono nel Salone dei 500 in Palazzo Vecchio?

   E per aggiungere anniversari meritevoli di grandi festeggiamenti, quest’anno sono 40 anni anche dal primo storico concerto della SUN RA Arkestra a Firenze: nel 1979 suonarono nel Pisa-Firenze Jazz Festival nel Giardino di Boboli.

  Un gruppo unico, magico, che ha bisogno di ben poche presentazioni, un gruppo spaziale fatto di musica, costumi, swing irresistibile, dolci melodie e dissonanze improvvise, danze e un po’ di circo.

  Lui diceva di arrivare dallo Spazio, e così era la sua musica. “Un sacco di cose che alcuni uomini fanno… provengono da qualche altra parte”, diceva Sun Ra, “o sono ispirati da qualcosa che non è di questo pianeta.

   E il jazz era sicuramente ispirato, perché non c’era qui prima”. Il Jazz era la strada per un’esperienza mistica, una specie di estasi razionale. Sun Ra ha chiamato la sua band Arkestra, ensemble che è risultato andare ben oltre i limiti di una band. L’Arkestra è stato un lavoro a 360 gradi che ha reso possibile far attraversare i confini dell’arte e della vita a Sun Ra e ai suoi musicisti.

   Era l’utopia di Sun Ra. Il nome stesso Arkestra era un’allusione all’Arca dell’Alleanza.

   Il nome Arkestra ha ‘RA’ all’inizio e alla fine. RA può essere scritto sia ‘Ar’ sia ‘Ra’ e su entrambe le estremità della parola diventa un’equazione: la prima e l’ultima sono uguali…. Nel mezzo c’è ‘kest’, che è uguale a ‘kist’, in sanscrito ‘kist’ significa ‘luce del sole’.

   Per questo ho chiamato la mia orchestra ‘Arkestra’”. Marshall Belford Allen, sassofonista e flautista, membro storico dei gruppi di Sun Ra fin dagli anni 50 e suo braccio destro musicale insieme a John Gilmore, ha assunto la carica di Arkestra Music Director nel 1995, a seguito della scomparsa di Sun Ra nel 1993 e di John Gilmore
nel 1995.

  Marshall continua ad essere impegnato in studio, nella ricerca e nello sviluppo dei precetti musicali di Sun Ra, lanciando la Sun Ra Arkestra in una dimensione oltre quella della semplice band “fantasma”, scrivendo composizioni musicali di Sun Ra, oltre a comporre nuove musiche e arrangiamenti. Lavora senza sosta per mantenere viva la tradizione della grande band.

Sabato 26 Ottobre

GIRMA BÈYÈNÈ & AKALÉ WUBÉ  (Etiopia/Francia)

Girma Bèyènè è una vera leggenda della musica etiope. Cantante, compositore, tastierista, tra brani suoi, arrangiamenti, colonne sonore, è stato molto attivo in patria tra il 1969 e il 1978 quando fu costretto all’esilio negli Stati Uniti dalla ditttatura militare di Menguisou. Sparito nei vortici della diaspora, ha suonato nei localini di Little Ethiopia della costa est americana, per poi smettere di fare musica per 25 anni, silenzio che ha rotto quando ha entusiasticamente accettato l’invito del gruppo francese Akalé Wubé ad esibirsi di nuovo su un palco. Il ritorno si è svolto lo scorso settembre con un memorabile concerto a Parigi insieme agli  Akalé Wubé; dall’incontro tra  Girma Bèyènè e la ethiojazz band d’oltralpe è poi nato l’album “Mistake On Purpose” sotto la direzione di Francis Falceto (responsabile della famosa collana musicale Ethiopiques), ad immortalare la rinascita di questo artista straordinario.

Nonostante fosse ammirato per la sua eleganza musicale così come per il ricercato gusto nel vestire, Girma ha subito uno dei destini più sfortunati nella storia della musica etiope; i suoi compatrioti magari potranno ricordare la sua voce ricca di charme e la sua raffinata sensibilità pop, ma hanno completamente dimenticato il suo ruolo di sorprendente innovatore musicale e che è stato il primo arrangiatore indipendente in Etiopia negli Anni 60.

Della sua riscoperta vanno ringraziati gli Akalé Wubé che nei loro 10 anni di carriera non hanno mai smesso di approfondire la loro ricerca sulla musica popolare etiope, soprattutto del repertorio tra gli Anni 60 e 70. La band ha cominciato proponendo cover della collana “Ethiopiques” dopodichè si sono immersi sempre più profondamente nella musica etiope, moltiplicando le loro collaborazioni con musicisti e danzatori originari del paese africano fino a diventare tra i principali ambasciatori dell’Ethiopian groove nel mondo.

Venerdì 1 novembre

EGSCHIGLEN (Mongolia)

Organico affermatissimo nel circuito di World Music europeo, proveniente da Ulaan Baatar, capitale della Mongolia, gli Egschiglen sono artefici di un eccezionale sound che coniuga tradizione ad elementi innovativi: uno spettacolo di suoni e colori. Propongono un vasto repertorio di odi tradizionali dei monti Altai, danze e canzoni della Mongolia del nord, brani originali e riferimenti di pop songs adattate al loro particolare stile.

Il tutto riproposto con l’impiego di un gran numero di strumenti tradizionali, (su tutti il morin khuur, violino a due corde, e lo yatag, sorta di cimbalon o zither con corde metalliche) per un organico di tutto rispetto che esalta le splendide e magiche voci in stile khoomi. Il gruppo Egschiglen (“Bella Melodia”) viene fondato nel 1991 da studenti in corso di specializzazione al conservatorio di Ulaan Baatar. Ancora oggi quattro di loro sono il cuore della band.

Sin dai primissimi passi, i musicisti si focalizzano sulla musica contemporanea della Mongolia ed eseguono ricerche sistematiche per la dimensione sonora del proprio repertorio con strumenti tradizionali e le tecniche vocali dell’Asia centrale.

La musica degli EGSCHIGLEN impressiona in virtù della varietà e della pienezza di grazie. Con i loro raffinati arrangiamenti, interpretano sia canzoni tradizionali che lavori di compositori mongoli contemporanei. I loro pezzi hanno sovente la qualità e la trasparenza della musica da camera, pur mantenendo il potere incantatorio delle tradizioni popolari.

Par quasi di sentire risuonare gli zoccoli dei piccoli e robusti cavalli mongoli dietro cui Genghis Khan fondò uno dei più grandi imperi mondiali di tutti i tempi. Una musica che ci porta al nitido silenzio del deserto del Gobi, dove solo il vento canta tra le dune.

Sabato 9 novembre

TINARIWEN (MALI)

Provenienti da Tessalit, nel nord est del Mali, la loro musica, il Tishoumaren, mischia tra loro elementi blues, rock, world e di musica tradizionale Tuareg.

Ibrahim Ag Alhabib, il fondatore del gruppo, ha iniziato ad appassionarsi a vari tipi di musica: melodie tradizionali dei tuareg, blues, rai (che ascoltava nelle taverne algerine), il chaabi marocchino e anche il rock e il pop occidentale, cercando di riprodurre questi tipi di musica con una chitarra costruita da lui stesso.

Con questa chitarra si esibì in concerti tenuti negli accampamenti dei profughi tuareg tra gli anni settanta e ottanta assieme ad altri esiliati suoi compatrioti, fino a mettere insieme una vera band: i TINARIWEN

Giovedì 14 Novembre

BILAL  (Usa)

Dopo la data/rivelazione della scorsa estate a Savona, Bilal e il suo neo-soul fenomenale tornano in italia per 3 imperdibili date e il 14 novembre sarà ospite di Musica dei Popoli 2019. Bilal Sayeed Oliver, conosciuto semplicemente come Bilal, cantautore e produttore americano dall’incredibile voce groovy, è uno degli artisti più dinamici della nostra epoca. Una figura eclettica, capace di passare dal gospel al jazz, dal soul al blues fino ad arrivare al più moderno hip-hop. Nato a Philadelphia, inizia la sua vera e propria carriera musicale a New York durante l’università; nonostante questo la musica è stata parte della sua vita sin da molto giovane, prima attraverso la congregazione religiosa del proprio paese e poi frequentando alcuni jazz club con il padre. Da quel che ricorda ha sempre voluto fare jazz: “I wanted to sing jazz, play jazz, and write jazz tunes.”

l grande debutto discografico di Bilal è datato 2001, con la pubblicazione di “First Born Second” che nasce da una serie di collaborazioni e incontri con noti artisti e producer tra cui spiccano i nomi di Questlove, batterista dei The Roots, J Dilla, Dr. Dre e Mike City. L’album fa spiccare il volo a Bilal che diventa subito “un artista da tenere d’occhio”; più che comprensibile viste le 300.000 copie vendute. Continuano in seguito le collaborazioni con artisti di spicco e nel 2006 esce “Love for Sale” che conta più di mezzo milione di download. Continua l’ascesa di Bilal con la pubblicazione, nel 2010, di “A i r T i g h t ’ s  R e v e n g e” e successivamente con il disco “A L o v e S u r r e a l” (2013).

È però nel 2015 che l’artista pubblica quello che viene considerato dalla critica il suo più grande capolavoro “In Another Life”, prodotto interamente dal retro-soul producer Adrian Young. L’ultimo meritatissimo riconoscimento dell’artista è il Grammy Award vinto per la partecipazione all’acclamato album “To Pimp a Butterfly” di Kendrick Lamar, che già aveva collaborato con lui per la realizzazione di In Another Life .

Giovedì 28 Novembre

Fatoumata Diawara  (Mali)

La grande voce dell’Africa contemporanea

CONSAPEVOLEZZA DEL PROPRIO PASSATO E SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO, QUESTO IL CREDO DI  Fatoumata Diawara, una delle rappresentanti più vitali della musica contemporanea africana, capace di esprime tutta la sua maestria nelle melodie nitide e suggestive della sua produzione. A maggio è uscito il suo nuovo album “Fenfo”, che concorre per i Grammy Awards 2019 come Miglior Album World Music, caratterizzato da un afropop ricco di felici intuizioni, tra geniali contaminazioni funky, leggerezze tropicali piacevolmente esotiche e sintesi pop trascinanti come un rock’n’soul anni 70, con alcuni pregevoli equilibri tra la modernità afro-disco e le sonorità antiche della kora.

Cantante, autrice, chitarrista e attrice, Fatoumata non accetta compromessi ideologici, né ricorre a narrazioni in terza persona nell’affrontare argomenti alquanto spinosi e dolorosi, come i matrimoni combinati o le mutilazioni genitali femminili, quest’ultime denunciate con forza nel suo magnifico primo album di debutto “Fatou”, osannato dalla critica europea che fin dal suo debutto la considera uno dei più grandi talenti della scena africana contemporanea.

Infatti Fatoumata è indubbiamente una delle figure più carismatiche dell’attuale fermento musicale africano e una delle voci più intense nel panorama internazionale della world music.

Nel suo live emerge istantaneamente il coraggio di una guerriera, dalla vita che è una grande avventura: tra Costa d’Avorio e Mali, tra Royal Deluxe e African Express, tra Demon Albarn e Herbie Hancock. Grandi collaborazioni ed esperienze che le danno un’ispirazione per una carriera solista folgorante.

Fondazione Lavoratori Officine Galileo F.L.O.G. Soc. Coop.
Contributi Annualità 2018.

Ministero per i Beni e le Attività culturali- Dir.Gen. Spettacolo Servizio II – “Progetto Speciale”: 10.000,00 Euro

Regione Toscana “Sostegno ai Festival di Spettacolo dal vivo”: 19.738,33 Euro
Città Metropolitana di Firenze “Contributi Straordinari in ambito Culturale”: 4.760,00 Euro
Comune di Firenze “Contributi Culturali”: 25.000,00 Euro