HISTORY

“Musica dei Popoli” è certamente un festival “storico”, una rassegna che dopo (quasi) tre decenni è entrato a pieno titolo a far parte della storia culturale fiorentina e toscana, ma che ha avuto, ed ha tuttora, una risonanza a livello nazionale ed internazionale. Tutti a Firenze, ma possiamo dire in Toscana senza allargarci troppo, conoscono il festival e/o la Flog e le sue attività, anche solo per sentito dire. Con i suoi concerti di musica tradizionale e popolare europea ed extraeuropea, il festival ha dischiuso un universo musicale sconosciuto prima di allora (o noto solo ad una ristretta cerchia di etnomusicologi), introducendo per primo a Firenze (ma potremmo dire in Italia) musiche tradizionali di tutto il mondo: africane, asiatiche, latinoamericane e popolari europee. Il tutti questi anni, il festival ha saputo mettere in evidenza il fatto che “la musica” non è solo la musica classica, il pop/rock angloamericano e il jazz, ma che le “musiche del mondo” costituiscono un vasto e ricco patrimonio artistico e culturale, per niente marginale o inferiore rispetto alla musica prodotta dalla civiltà occidentale.

Il festival ha sempre avuto come obiettivo primario la valorizzazione della musica come bene artistico e culturale, proponendo attività di spettacolo tendenti alla diffusione della conoscenza delle musiche dei popoli all’insegna del relativismo culturale. Se è vero che Musica dei Popoli è fortemente radicato nella città di Firenze, non per questo è un evento esclusivamente locale, ma si tratta di un festival “internazionale” nel senso più ampio del termine: gli artisti che vi partecipano vengono da tutto il mondo; il pubblico che assiste agli spettacoli è molto eterogeneo in quanto a nazionalità; gli eventi riescono talvolta a catturare l’attenzione dei media d’oltralpe. Dopo pochi anni di attività, la Farnesina ha riconosciuto l’importante ruolo svolto dal festival nel contribuire al confronto interculturale tra le nazioni, ottenendo il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri.

Con la XXX edizione di Musica dei Popoli vogliamo celebrare trent’anni di attività diretta a far conoscere al pubblico italiano la diversità e la ricchezza culturale dei popoli del mondo. Oggi è possibile assistere a spettacoli di “musica etnica” ovunque, anche nei paesini più sperduti, ma allora (tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta) si trattava di un universo sonoro totalmente nuovo, sconosciuto e affascinante. Alcune edizioni della rassegna sono entrate a far parte a pieno titolo della storia musicale della nostra città. Sono molti a ricordare la ‘mitiche’ edizioni di Africamusica con i sensazionali Tamburi del Burundi per la prima volta in Italia e Americamusica che ha ospitato alcune leggende della storia del jazz e del blues: Sun Ra Arkestra Sonny Rollins, Lester Bowie, Herbie Hancock, David Murray, Ornette Coleman, Cecil Taylor, McCoy Tyner, Elvin Jones, Art Blakey, Steve Lacy, Max Roach, Odetta, Betty Carter…solo per citarne alcuni. Gli spettacoli di teatro orientale, come il Balletto Reale di Cambogia, l’Opera di Pechino, il Kathakali del Kerala, il Teatro delle Ombre di Bali e di Giava, le Marionette sull’acqua del Vietnam, hanno lasciato un segno nel vissuto degli spettatori; per alcuni di loro è stata una scoperta, per altri una vera e propria folgorazione, comunque veri e propri eventi che, anche a distanza di anni, sono rimasti nella memoria collettiva di chi vi ha assistito, di chi li ha vissuti.

Concepita per diffondere la conoscenza delle culture musicali del mondo, il Festival ha cercato di “dar voce” ai popoli più lontani (e non solo in senso geografico), invitando a partecipare centinaia di artisti di ogni continente. Nelle sue 30 edizioni, dal 1979 al 2005 – considerando che per tre anni (1980, 1985, 1987) vi sono state due diverse edizioni, una estiva ed una invernale, nello stesso anno – Musica dei Popoli ha presentato più di 300 proposte artistiche, tra solisti e formazioni strumentali, vocali, musico-coreutiche e musico-teatrali, di 80 nazioni dei cinque continenti.

In un arco temporale che va dal 1979 al 2005, il festival ha attraversato varie fasi: dal folk-revival degli anni Settanta, alla world music degli anni Ottanta, al neotarantismo degli anni Novanta (fino ai giorni nostri). A partire dalla metà degli anni Settanta, vengono realizzate in Europa alcune iniziative che segnano l’inizio della diffusione di massa della musica etnica in Europa. Parigi, Rennes, Londra, Berlino, Ginevra, Amsterdam si consociano in un’organizzazione (l’Extra-European Art Commette) che si propone di far circuitare in queste città rassegne di spetacoli di musica extra-europea. Le organizzazioni italiane che partecipano all’iniziativa sono l’Ater dell’Emilia Romagna e Musica dei Popoli di Firenze. Nel 1979 si tiene a Firenze, nei Chiostri di Santa Croce, la prima edizione di Musica dei Popoli con la direzione artistica di Gilberto Giuntini.

Musica dei Popoli è stata senza dubbio la prima rassegna internazionale di musica etnica e folklorica in Italia ed uno dei primi festival etnomusicali nel mondo (la prima edizione del WOMAD, il festival di musiche del mondo voluto da Peter Gabriel, è del 1982). Il festival ha avuto il merito di essere stato anticipatore delle mode e dei gusti musicali legati al fenomeno world music, etichetta comparsa intorno alla metà degli anni Ottanta e i cui principali fautori furono Peter Gabriel e Paul Simon.

Il festival ha fatto conoscere per primo il patrimonio musicale di popoli fino allora poco conosciuti o pressoché ignoti, come gli Uzbeki, i Tagiki, i Kazaki dell’Asia centrale (1985), o come gli Yacuti, i Buriati e i Tungusi della Siberia (1987); inoltre, ha portato in scena feste e riti tradizionali di gruppi etnici africani che, grazie all’isolamento geografico e culturale, hanno mantenuto modi e stili di vita tradizionali, come i Bafut del Camerun, i Senufo-Fodonon della Costa D’Avorio o i Dogon del Mali. La presenza al festival di questi gruppi etnici un tempo detti “primitivi”, poi “arcaici” e oggi “di interesse etnografico”, ha indubbiamente messo in luce la problematica inerente la “messa in scena” di pratiche cerimoniali decontestualizzate e defunzionalizzate rispetto all’originale habitat naturale e culturale, lo sradicamento dei musicisti tradizionali e del conseguente effetto di spaesamento, il rischio di eccessiva “spettacolarizzazione” di un evento rituale originariamente non concepito come forma di spettacolo e il rischio di cadere in facili esotismi. La legittimità o meno di tali “estrapolazioni” etnoculturali è un problema tutt’oggi dibattutto (e irrisolto) a livello internazionale tra gli etnomusicologi e i direttori artistici di festival etnomusicali; ma ritenere che per conoscere ed apprezzare la musica di una cultura “altra” si debba “assaporarla” nel proprio ambiente, rischia di diventare una posizione elitaria, snob o (peggio) radical-chic. Forse la risposta a questo dilemma proviene dalla testimonianza di uno spettatore disabile, assiduo frequentatore da molti anni di Musica dei Popoli, che, dopo uno spettacolo africano, ha rigraziato commosso perché questi spettacoli gli hanno permesso di compiere straordinari viaggi in luoghi lontani. Con l’immaginazione.

Il festival ha presentato un ampio panorama dei tipi di musiche tradizionali da tutto il mondo. Ma definire il festival come rassegna di musica “etnica” è improprio se si intende delimitare il campo d’azione e d’interesse del festival alle musiche di tradizione orale di gruppi etnici extraeuropei. Nel suo lungo percorso storico, alla Flog si sono esibiti artisti appartenenti a tradizioni musicali colte, ossia ‘classiche’ o ‘d’arte’, dell’India, dell’Iran, del Giappone, del Mondo Arabo. Il festival ha avuto il merito di aver presentato – in alcuni casi per la prima volta in Italia – i grandi maestri di tradizioni musicali, sia “colte” che “popolari”, di tutto il mondo: Nusrat Fateh Ali Khan per il qawwali pakistano, Alim Qasimov per il mugam azerbaijano, Munir Bashir per il maqam irakeno, Monajat Yultchieva per il maqam uzbeko, Mahwash per il ghazal afgano, Shajarian per il radif persiano, Ernesto Cavour per la musica andina, Luzmila Carpio per la musica quechua, Hariprasad Chaurasia e Zakir Hussain per la musica classica indostana, Cinuçen Tanrikorur pr la musica classica ottomana, Shivkumar Sharma per il sufiana kalam kashmiro, Lotfi Bouchnak per il maluf tunisino, Maria da Fé per il fado portoghese (e Dulce Pontes per il novo fado), Consiglia Licciardi per la canzone “classica” napoletana.

Al festival sono stati rapresentati stili, generi e repertori che difficilmente possono rientrare in una griglia tassonomica, e comunque difficilmente etichetabili come “musica etnica”, tantomeno come world music. Pensiamo, ad esempio alle tradizioni musicali devozionali, come il qawwali pakistano, il sama dei dervisci turchi, il lila degli gnawa marocchini o i canti della Settimana Santa delle confraternite laicali sarde o siciliane. Ma, passando dall’ambito sacro a quello profano, questa grande “scatola magica” musicale che è il festival include anche i canti conviviali d’osteria, dal rebetiko greco al fado portoghese passando per il trallallero genovese, o le musiche di festa, come la musica lautaresca degli zigani rumeni e la musica klezmer degli ebrei ashkenaziti.

Il festival ha dedicato grande spazio alle tradizioni musicali africane, con ben quattro edizioni targati Africamusica (1980, 1983, 1987, 1996) e la XXIX edizione dal titolo Donne d’Africa (2005). Il festival ha ospitato i migliori musicisti africani: i più grandi maestri di kora (Djeli Moussa Diawara, Mory Kanté), di djembé (Soungalo Coulibaly, Mustapha Tettey Addy), di ngoni (Moriba Koita), di tambin (Ali Wague), di sabar (Doudou N’Diaye Rose, Sing Sing Faye), di valiha (Justin Vali), oltre al polistrumentista camerunense Francis Bebey. Nell’Auditorium Flog sono risuonate le più belle voci dell’Africa contemporanea (tradizionale e moderna): Oumou Sangaré, Angelique Kidjo, Nahawa Doumbia, Mah Damba, Faytinga, Lura, Waldemar Bastos, Lokua Kanza, per citare solo i più noti.

Molte delle manifestazioni non sono stati dei “concerti” – nel senso di manifestazioni prettamente musicali – ma delle forme di performing art, in quanto racchiudevano al proprio interno rappresentazioni coreutiche e teatrali oltre che musicali, laddove il gesto e il suono costituivano un’unità inscindibile. Le forme di teatro orientale – come il Kathakali del Kerala o l’Opera di Pechino – sono vere e proprie forme d’“arte totale”, che includono musica, danza, recitazione, gestualità.

Musica dei Popoli ha avuto anche un ruolo importantissimo nella divulgazione della musica italiana di tradizione orale. «In un paese come l’Italia – come scriveva Carpitella – dalle alte cime colte e dalle altrettanto profonde radici etnico-musicali», la rappresentazione di musiche popolari di tradizione agro-pastorale o artigiana ha costituito un momento fondamentale nella conoscenza di stili, generi, repertori e strumenti musicali legati al mondo popolare. Le presentazioni di suonatori e cantori tradizionali hanno messo in luce la ricchezza della musica strumentale e vocale del Meridione italiano, la polivocalità dei tenores barbaricini, delle squadre di cantori genovesi di trallallero o delle confraternite laicali sarde e siciliane, il folklore vesuviano con i cantatori a fronne e le tammurriate delle paranza di Somma Vesuviana, gli stornelli toscani di Caterina Bueno, gli zampognari calabresi e siciliani, i grandi “maestri” delle launeddas, da Dionigi Burranca a Luigi Lai, e le grandi voci della musica popolare italiana, da Beppe Barra a Elena Ledda, da Giovanni Coffarelli a Marcello Colasurdo. Alcuni vecchi maestri che hano partecipato al festival, come il violinista Melchiade Benni o il suonatore di launeddas Dionigi Burranca, sono oggi scomparsi e le loro esecuzioni, registrate e depositate presso i nostri archivi, costituiscono oggi documenti importanti per l’etnomusicologia italiana.

Le musiche dei popoli sono state il vero obiettivo del festival, colte o popolari, europee o extraeuropee, etniche o folkloriche, sacre o profane, e la scelta del nome di un festival che si occupa di culture musicali di tutto il mondo non poteva essere più appropriato.

“Musica dei Popoli” è indissolubilmente legato al nome della F.L.O.G. (Fondazione Lavoratori Officine Galileo) e per questo è necessario tracciare la storia del festival partendo dalle origini del Centro Flog che ne è stato il “cuore pulsante”, la struttura che fin dagli inizi è stata l’ente organizzatore e promotore, assieme a Comune di Firenze, Provincia di Firenze, Regione Toscana e Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Il Centro Flog Tradizioni Popolari è stato istituito a Firenze nel 1975, come centro di documentazione delle tradizioni culturali dei popoli del mondo, con particolare riferimento alla musica. Il Centro è nato all’interno della Fondazione Lavoratori Officine Galileo (F.L.O.G.), associazione a carattere cooperativo nata nel 1945, nell’immediato dopoguerra, dalla volontà dei lavoratori delle Officine Galileo, che nel proprio statuto aveva lo scopo di aumentare e diffondere la cultura tra i lavoratori. Nel 1975 fu chiesto ad alcuni esperti, studiosi, ricercatori e appassionati di folklore – tra cui Gilberto Giuntini (recentemente scomparso) – di fondare un centro per la conservazione e diffusione delle tradizioni popolari attraverso iniziative concertistiche e spettacolari di musica popolare ed etnica. «Credo che il fatto più interessante di questa iniziativa – scriveva Carpitella – sia che essa parta da una fondazione di lavoratori, in particolare dei lavoratori delle Officine Galileo, vale a dire una fondazione operaia. Ciò è molto importante perché di per sé, per la sua posizione, l’angolo di interpretazione del Centro dovrebbe essere diverso da tutti gli altri […] il fatto che l’iniziativa parta da una certa angolazione dovrebbe essere una garanzia per evitare alcune scempiaggini ideologiche».

La nascita del Centro Flog Tradizioni Popolari era legata all’esigenza di costituire un importante centro di studio e di ricerca sulle tradizioni popolari. Il lavoro culturale della F.L.O.G. era orientato fino a quel momento alla ricerca e alla documentazione audiovisiva degli antichi mestieri e del canto popolare delle varie regioni d’Italia e in particolare della Toscana. L’archivio della Mediateca Flog conserva tuttora un vasto corpus di materiali audio con registrazioni di canti popolari e novelle toscane (Collezione Caterina Bueno, Collezione De Simonis e Fondo Giuntini), interviste con gli operai delle più antiche fabbriche fiorentine (Officine Galileo, Nuovo Pignone), audiovisivi sui mestieri artigianali (impagliatori, coltellinai, cocciai, ricamatrici, ecc.) e le feste popolari toscane (la befanata di questua, il maggio drammatico, il falò, ecc.) realizzati grazie alla collaborazione della Regione Toscana. Un patrimonio che allora era in via di sparizione e che oggi è praticamente estinto. Ma la parte più consistente del patrimonio archivistico è senza dubbio quella relativa alle registrazioni sonore e audiovisive dei concerti di Musica dei Popoli e la videoteca del Festival del Film Etnomusicale. Grazie alla conservazione e catalogazione di questi materiali durante tutti questi anni, oggi la Mediateca Flog è uno degli archivi più ricchi esistenti in Europa, soprattutto per quanto concerne il campo delle discipline demo-etno-antropologiche (in primis l’etnomusicologia). Il valore scientifico e culturale del nostro patrimonio archivistico è dimostrata dal fatto che dal 1986 parte dei nostri materiali sono sotto la tutela della Sezione Beni Archivistici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Nel 1979, su iniziativa del Centro Flog per le Tradizioni Popolari, ebbe inizio il festival “Musica dei Popoli”. L’obiettivo era di presentare la musica tradizionale di tutti i continenti, eseguita dai suoi migliori e più apprezzati interpreti, in una situazione di parità con la musica colta occidentale (la musica “classica” per eccellenza): un’affermazione di pari dignità artistica di civiltà musicali extraeuropee, estranee alla tradizione eurocolta, in una prospettiva di relativismo culturale-musicale e contro l’eurocentrismo. Il proposito era quello di valorizzare e far apprezzare presso un pubblico più ampio degli “esperti” l’arte che i popoli, nel corso della loro storia, hanno saputo autonomamente esprimere. La prima edizione del festival ha avuto luogo nei Chiostri di S.Croce nell’autunno del ’79, con il sostegno del Comune di Firenze e in collaborazione con la Società Italiana di Etnomusicologia (S.I.E.).

Per garantire la “qualità” della programmazione fu costituito un comitato tecnico-scientifico formato da: Diego Carpitella (docente di etnomusicologia all’Università “La Sapienza” di Roma e presidente della S.I.E.), Ivan Vandor (direttore dell’Istituto internazionale di musica comparata di Berlino), Simha Arom (etnomusicologo del C.N.R.S. di Parigi), Roberto Leydi (docente di etnomusicologia al DAMS di Bologna) e Guido Turchi (Accademia Chigiana di Siena). Il festival fu iniziato e guidato da Gilberto Giuntini. La segreteria e il coordinamento organizzativo era a carico di Ingrid van den Assum, il cui contributo è stato notevole non solo nel lavoro organizzativo e promozionale delle attività del Centro, ma anche per il meticoloso e scrupoloso lavoro di conservazione ed archiviazione dei materiali della Mediateca della Flog.

Nel 1983 il Centro Flog inaugura la nuova Rassegna del Film Etnomusicale, contemporaneamente alla prima edizione del Festival du Film des Musiques du Monde di Parigi e di Ginevra, promosse e organizzate rispettivamente dalla Maison des Cultures du Monde e dall’Atelier’s d’Ethnomusicologie. Si tratta del primo festival di film e video documentari sulle musiche tradizionali di tutto il mondo e momento fondamentale per la nascita dell’etnomusicologia visiva, un ambito in cui si intersecano etnomusicologia ed antropologia visuale. Nato come completamento della rassegna concertistica, il Festival del Film Etnomusicale acquisisce in poco tempo una propria fisionomia ed un proprio pubblico fino a distaccarsene per ritagliarsi un ambito del tutto autonomo da Musica dei Popoli.

Giuntini resta alla guida del Centro Flog (e di Musica dei Popoli) fino al 1992, quando si interruppe bruscamente la collaborazione con la FLOG in seguito a contrasti con il Presidente della Fondazione sulle modalità di gestione della struttura. Gli succede un suo collaboratore, Lorenzo Pallini, giornalista e critico musicale, affiancato da Enrico Romero. Musica dei Popoli diventa socio fondatore dell’Associazione Toscana Musiche, organismo che riunisce i maggiori festival toscani di “musica popolare contemporanea” foretemente voluto dalla Regione Toscana per incentivare le produzioni e la promozione dei festival della Toscana. Nel 1997 la direzione artistica del festival venne assegnata al sottoscritto, a cui precedentemente era stata affidata la gestione della Mediateca (1994) e poi la direzione artistica della Rassegna del Film Etnomusicale (1995), incarico mantenuto fino al momento attuale.

Nel 1999 due grandi eventi di Musica dei Popoli sono realizzati grazie anche al loro inserimento del progetto interculturale regionale “Porto Franco”: l’Opera cinese del Sezuan e il Balletto Reale di Cambogia. Nel 2000 la Regione Toscana dichiara Musica dei Popoli un festival d’eccelenza e lo inserisce nel progetto regionale “La Toscana dei Festival”. Nel (2001) il Centro Flog, ex sede della Società Italiana di Etnomusicologia, diventa la sede nazionale del Comitato Italiano dell’I.C.T.M. (International Council for Traditional Music) con il quale organizza un convegno biennale di etnomusicologia tenuti in occasione del Festival del Film Etnomusicale.

Il Centro Flog è stato iniziatore anche di festival e rassegne che in pochi anni hanno acquisito un rilievo nazionale: On the Road Festival di Pelago (1989), dedicato agli artisti di strada (buskers), Suoni dal Mondo di Bologna (1990), festival di musiche tradizionali del mondo organizzato e promosso dal CIMES e, assieme all’Arci Eventi, della rassegna musicale Onda Mediterranea di Pontassieve (1998). Inoltre, nel 1998 il Centro Flog è stato promotore di un progetto editoriale multimediale che ha portato alla realizzazione di un volume (con 1 CD-Rom e 3 CD-Audio) dal titolo “AFRICA. Atlante della Musica Tradizionale”, a cura di Leonardo D’Amico e Francesco Mizzau e pubblicato da Silab e Amiata Media. Si è trattato di un’operazione editoriale innovativa che ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui l’Euro Prix di Vienna e il Perseo d’Oro della Regione Toscana. L’operazione ha avuto un riscontro internazionale con le versioni inglese e tedesca e ha venduto 6.000 copie in tutto il mondo. Inoltre, il CD-ROM è stato pubblicato come numero speciale del “Disco del Mese” di Repubblica.
Una costante del Centro Flog è stato il perseguire costantemente una strategia ed una politica culturale centrata su un giusto equilibrio tra informazione e qualità (tema di un convegno promosso proprio dal Centro Flog). Per la programmazione artistica, il Centro Flog si è avvalso, fin dagli esordi, della collaborazione di alcune istituzioni prestigiose, tra cui la Maison des Cultures du Monde di Parigi, l’Atelier’s d’Ethnomusicologie di Ginevra, il Tropeninstituut di Amsterdam, la Smithsonian Institution di Washington, l’International Institute for Comparative Music Studies and Documentation di Berlino. La cooperazione e il coordinamento con queste strutture ha consentito di realizzare coproduzioni di spettacoli e circuitazioni di artisti in ambito europeo, nonché strategie comuni nella promozione degli eventi e nello scambio di informazioni utili al reperimento degli artisti. Inoltre, la qualità e il valore artistico-culturale dei concerti e dei loro interpreti è stata garantita dalla collaborazione e dalla consulenza di alcuni etnomusicologi sia italiani (Diego Carpitella, Roberta Tucci, Mario Sarica, Ignazio Macchiarella, Antonio Baldassarre, Tullia Magrini, Paolo Scarnecchia, Giovanni Giuriati) che stranieri (Ivan Vandor, Akin Euba, Jean During, François Picard, Werner Graebner), molti dei quali sono stati anche curatori di singoli eventi presentati a Musica dei Popoli.

Se inizialmente la rassegna concertistica ha avuto un taglio ‘antologico’, con la partecipazione di formazioni musicali di tipologia e provenienza tra le più svariate, in seguito ha perseguito un criterio ‘monografico’ con un programma a tema: ogni edizione, infatti, è centrata su un argomento specifico, rappresentato da un’area geo-culturale – AfricaMusica, AmericaMusica, Suoni d’Oriente, Arabeschi Mediteranei, ecc. – o da un’area tematica – Mosaico Zigano, Suoni in Movimento, Le Vie dei Canti, ecc. – che costituisce un filo conduttore che unisca tutte le proposte artistiche in cartellone, conferendo coerenza ed omogeneità alla rassegna e un carattere distintivo di anno in anno.
Una problematica a cui il festival non è rimasta estranea è stata quella inerente il rapporto tra tradizione e modernità nella musica etnica, ossia l’alterazione dei modelli canonici tradizionali come conseguenza dell’introduzione di innovazioni derivanti da complesse dinamiche socioculturali e commerciali che determinano una “contaminazione” dei linguaggi musicali tradizionali. Questo ha portato ad una scelta di campo, non sempre facile e non sempre coerente, che ha visto l’alternanza di momenti di avvicinamento al fenomeno world music in pieno boom, ad altri in cui ne ha preso le distanze nel momento in cui il processo di manipolazione e mercificazione del materiale etno-folklorico rischiava il deterioramento delle espressioni musicali più “autentiche”, ossia quelle che la comunità produttrice e fruitrice considera come rappresentative della propria identità culturale.

Alla fine degli anni ’80 e inizi ’90, il festival ha attraversato una crisi dovuta anche ad un elemento prima sconosciuto: la concorrenza. In Italia, in quegli anni in cui la world music si imponeva nei mercati internazionali diventando fenomeno di massa, si sono moltiplicati, in maniera esponenziale, gli spettacoli e i festival di “musiche del mondo” (etnica, folk, celtica, world music, ecc.) e anche le più piccole Amministrazioni Comunali sparse sul territorio nazionale tendevano a sprovincializzarsi inserendo nella programmazione estiva spettacoli di musica “etnica” (molto spesso di qualità scadente, sia per mancanza di competenze che per scarsità di risorse). Inoltre, quei festival già consolidati storicamente che erano caratterizzati fino allora da una programmazione esclusivamente di musica classica o contemporanea hanno cominciato ad aprire una “finestra” sul mondo, con offerte di grande spessore culturale ed artistico frutto di scelte dettate da un certo rigore etnomusicologico (come nel caso del Ravenna Festival, Romaeuropa Festival e Settembre Musica di Torino). Si trattava di un fenomeno ormai diffuso in risposta ad un crescente interesse da parte del pubblico per le tradizioni musicali extra-europee, o forse incuriosito dal fascino dell’esotico o alla ricerca di linguaggi musicali diversi rispetto a quelli abituali, ma nel complesso aperto al confronto con realtà culturali diverse.

Di questo crescente interesse per le culture del mondo ha approfittato il mondo imprenditoriale, che ha ingenerato un’inflazione nella offerta spropositata e disordinata di spettacoli (e dischi) etichettati come “etnici”, spesso scadenti, falsandone l’informazione e disorientando il pubblico. La “filosofia” che sta alla base dell’impostazione del festival fin dalla sua nascita – caratteristica che la contraddistingue da tutte le altre rassegne italiane di etnica e world music – ossia una ricerca continua e costante di forme musicali che esprimano nella maniera più intima, sincera e autentica le radici etno-culturali dei popoli di tutto il mondo.

La selezione artistica impone delle scelte che fanno parte di una strategia culturale. In altre parole, la programmazione artistica del festival si pone in relazione agli obiettivi che l’organizzazione si pone nei confronti del pubblico. La realtà che abbiamo di fronte, quella del ‘villaggio globale’, impone una scelta problematica: selezionare e proporre al pubblico solo le musiche etniche autentiche, ossia quelle rispettose dei canoni stilistici tradizionali, escludendo di fatto le trasformazioni che hanno subìto (o in atto) i linguaggi musicali appartenenti alle tradizioni locali; oppure ‘concedersi’ alla contaminazione dei linguaggi musicali in nome dell’innovazione, della modernità e della libertà creativa ?

Nel primo caso, il festival musicale rischia di assumere la fisionomia di un museo etnografico-musicale, dove si cerca di riesumare delle mummie o dove si tenta di fare dell’archeologia musicale; un’ottica purista filologica rischia di contrapporsi a qualsiasi processo creativo o innovativo e di assumere la posizione conservatrice e reazionaria, incline all’immobilismo. La realtà dei fatti dimostra che nessuna forma artistica tradizionale si è conservata “immutata” nel tempo ma ha subìto modifiche, anche sostanziali, per cambiamenti politici, economici, sociali, culturali o come conseguenza del contatto con altre culture che hanno lasciato un segno, talvolta anche profondo, sulle tradizioni culturali dei popoli. Le culture musicali, specialmente oggi, sono sempre più dinamiche piuttosto che statiche; sono in costante cambiamento in risposta a pressioni dall’interno e dall’esterno. Sarebbe un errore pensare alla cultura musicale come un qualcosa di isolato e stabile, impenetrabile e impermeabile alle influenze esterne.

Nel secondo caso, la selezione artistica per un festival non è (e non vuole esserlo) un’operazione all’insegna della “correttezza etnomusicologica”, ma si pone altri obiettivi; in questi casi la programmazione (ossia il ‘cartellone’) non ha la finalità di fornire una rappresentazione corretta ed autentica delle tradizioni musicali locali, ma di realizzare una forma d’intrattenimento (e magari anche una fonte di guadagno). Anche questa scelta però comporta dei rischi: in un’ottica olistica e ‘globalizzata’, all’insegna della filosofia del panta rei e della cultura dell’effimero, si rischia di generare percezioni distorte delle realtà musicali dei popoli.

Conciliare cultura e intrattenimento non è facile, ma è possibile mantenendo ferma un’etica nella programmazione. Un’etica professionale che si basa sul convincimento che un festival internazionale, anche se di medie proporzioni ma di alto profilo come il nostro, reso possibile dalle sovvenzioni pubbliche (e non potrebbe essere altrimenti per gli elevati costi sostenuti), debba svolgere dei progetti artistici in termini di servizi e offerta culturale, in altre parole debba tenere alto il livello qualitativo dell’offerta, indipendentemente dalle tendenze e dalle mode del momento, in quanto “servizio” culturale nei confronti di un pubblico curioso, attento, colto, aperto al nuovo e al diverso; un pubblico che dopo molti anni ha acquisito capacità critica e consapevolezza, strumenti indispensabili per discernere sulla qualità artistica del concerto/spettacolo.

Inoltre, non è mai stato sottolineato abbastanza il ruolo “sociale” che ha avuto il festival nel favorire la partecipazione di minoranze etno-culturali diffuse nel territorio, alle attività svolte e alla valorizzazione delle loro espressioni culturali attraverso la musica. Tradizioni culturali viste come “altre” o “diverse” acquisiscono “dignità artistica” quando vengono presentate all’interno di una cornice prestigiosa come un festival internazionale che si svolge a Firenze, città d’arte per eccellenza. Inoltre, la musica serve per affermare (o ricostruire) l’identità culturale di una comunità.

Negli ultimi anni, oltre agli spettacoli serali, il Centro Flog ha sviluppato un’attività didattica diretta alla formazione del pubblico, in particolare dei giovani. In alcune occasioni – come gli spettacoli del teatro delle ombre giavanese e della compagnia mozambicana “Bento” – sono stati organizzati degli incontri con le scuole ai quali hanno partecipato bambini di tutte le età, dai 7 ai 15 anni; in queste matinée del festival sono confluiti all’Auditorium Flog centinaia di bambini delle scuole elementari di Firenze appartenenti a classi multietniche, con alunni di origine asiatica, latinoamericana, araba e africana. Tutti, a prescindere dal proprio background culturale, hanno risposto con grande entusiasmo alle rappresentazioni, mostrando grande interesse e curiosità nei confronti di culture così diverse e lontane, ma oggi quantomai vicine. I bambini e i ragazzi sono molto recettivi e la loro percezione musicale non è ancora fortemente condizionata dall’estetica musicale occidentale. Apprendere altri linguaggi musicali arricchisce tanto quanto l’apprendimento di altri linguaggi parlati, oltre la lingua madre. La musica, in tutte le sue forme e stili, stimola l’intelligenza e arricchisce le proprie conoscenze riguardo le tradizioni culturali altri popoli.

In queste 43 edizioni, il festival ha saputo tenere fede al suo intento originario, quello di rappresentare culture extraeuropee ed eurofolkloriche tramite le manifestazioni musicali e coreutiche come espressioni artistiche e culturali dei popoli a cui appartengono. La politica culturale del Centro Flog, che si esprime attraverso le attività interculturali con festival e rassegne di musica e cinema etnomusicale, è diretta al riconoscimento e alla valorizzazione delle diversità culturali espresse attraverso il linguaggio dei suoni. Ed è in questa direzione che il Centro Flog intende proseguire il suo cammino.

Fondazione Lavoratori Officine Galileo F.L.O.G. Soc. Coop.
Contributi Annualità 2018
Regione Toscana “Sostegno ai Festival di Spettacolo dal vivo”: 19.738,33 Euro
Città Metropolitana di Firenze “Contributi Straordinari in ambito Culturale”: 4.760,00 Euro
Comune di Firenze “Contributi Culturali”: 25.000,00 Euro